Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
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martedì 19 giugno 2018

Con un abbraccio senza tempo - Agota Kristof

Non riesco ad abbassare le braccia
da quando ti ho abbracciato
lo so sei ancora qui si è chiusa
la porta alle tue spalle eppure
tengo il tuo corpo tra le braccia

Lo so sei ancora qui immobile
Sto in piedi le ali nere del tempo
hanno già attraversato anni
dal suo oscuro passaggio furtivo
è scappato un minuto

Con un abbraccio senza tempo
da quando ti ho abbracciato
non riesco ad abbassare le braccia
sono immobile statua centenaria
chiuso tra le mie braccia di pietra
so che sei ancora qui




Foto: Francesco Romoli 


mercoledì 15 novembre 2017

Foglie, ombrelli e zainetti rossi: Paolo Cognetti al Pisa Book Festival

L'ultima volta che sono andata a sentire la presentazione di un libro a cui tenevo moltissimo (era Foer, a Sarzana, Festival della mente, presentava Eccomi), la batteria dell'auto mi ha lasciato a piedi e ho rischiato di mandare tutto all'aria. L'ho visto come un segno di qualcosa, anche se non sono riuscita a dargli un significato. Ecco perché quando parto, oggi, per il Pisa book festival, dove Paolo Cognetti presenta Le otto montagne, mi stupisco che non ci siano intoppi: riesco a uscire mezz'ora prima dal lavoro, come previsto, nessuna fila chilometrica in Fi-Pi-Li, già un miracolo di per sé. È vero, piove, ma insomma, non è un temporale.
Quindi, se questo fosse un racconto, arriverei al Palazzo dei congressi in perfetto orario, farei pochissima fila per il biglietto, sistemerei l'ombrello nel portaombrelli con la certezza che sarà lì al mio ritorno, entrerei e mi fermerei al primo punto ristoro per un caffè, che anche se è l'ottavo della giornata non importa. Dopotutto è un racconto, no?
Del tutto casualmente mi ritroverei accanto a un ragazzo con la camicia verde a quadri e lo zainetto rosso. Voltandomi, deliziata ma non davvero stupita, direi, con una voce assolutamente tranquilla e calma: Paolo, posso offrirti un caffè in cambio di un autografo? Da lì partirei a vomitargli addosso tutto quello che avrei sempre avuto voglia di dirgli: che di Sofia mi sono innamorata fin dalla prima pagina, che lui, e lui solo, ha cambiato il mio modo di vedere la narrativa italiana, che con i suoi racconti ha allargato i miei confini di scrittura, che Le otto montagne è un romanzo talmente bello e rilassante che andrebbe consigliato come terapia antistress.
Ma questo non è un racconto. E alla realtà non si sfugge.
Quindi arrivo al Palazzo dei congressi perfettamente in orario. Compro il biglietto dopo aver fatto poca fila, entro e poso il mio ombrello all'ingresso, sicura che non lo ritroverò quando andrò via. Controllo la sala dove si terrà la presentazione e mi avvio. Niente caffè. Sarebbe l’ottavo della giornata, meglio non sfidare la sorte.
C'è un sacco di gente nella sala Pacinotti e fa un caldo allucinante. Ma grazie ad amiche molto più organizzate di me trovo un ottimo posto e quando lui arriva, camicia verde a quadri e zainetto rosso, ho una visuale quasi perfetta.
È abbronzato, mi fa la mia amica.
Vero. È abbronzato e ha una barba che assomiglia al mio cervello dopo dieci ore di lavoro. Ma appare rilassato, perfettamente a suo agio accanto a Lucia della Porta, che è lì per intervistarlo.
Attacca chiedendo il significato delle Otto montagne. Otto. Un numero che per noi occidentali, legati al cristianesimo, ha poco significato, ma che per il buddismo invece è legato al concetto di karma: le cattive azioni in questa vita devono essere compensate nella vita successiva. Per arrivare al Nirvana il buddista deve porre fine al ciclo delle reincarnazioni seguendo le otto vie del Dharma. Paolo vuole mettere l'accento sulla spiritualità della montagna.
Ma per lui ha un significato anche pedagogico. Ed è esattamente quello che traspare dalle pagine del suo libro. La prima parte è dedicata alla montagna che passa attraverso la figura di suo padre, ed è una montagna che insegna disciplina e tenacia. Mentre la seconda parte è dedicata alla montagna spirituale, un luogo di meditazione. Chi arriva ai ghiacciai si trova immerso nella Natura, nella Wilderness. Senza mediazioni. E scopre se stesso.
Cardine del intervista mi è sembrato la nota più o meno autobiografica, sulla quale Della porta ha insistito molto. Ma chiunque sa che scrivere prescindendo da se stessi è impossibile. Ed ecco che il padre di Pietro, il protagonista, è molto simile al padre di Paolo. Ma è anche il riassunto di tanti altri padri letti nei libri, dal suo primo amore, Carver, a Hemingway. Stessa sorte per la figura femminile più forte di tutto il romanzo, la madre, una donna di altri tempi, egregiamente dipinta, cosa che a Cognetti riesce dopotutto benissimo: le donne nei suoi racconti sono sempre molto presenti in tutta la loro femminilità.
Della Porta ha infine rivolto una domanda interessante.
Sull’amicizia. L'amicizia è un sentimento che si palesa prepotente nel libro, che scavalca confini e si trasforma. Il personaggio di Bruno, amico d'infanzia legato al piccolo paese di montagna di Grana, si contrappone a Pietro, quasi rendendoli la diversa faccia della stessa medaglia, con un legame che durerà tutta la vita. Paolo lo descrive come un sentimento sovversivo di questi tempi. Con ben poca ironia, condanna la famiglia attuale, all'interno della quale un adolescente si sente fin troppo protetto. E quindi i rapporti sociali al di fuori di essa tendono a necrotizzarsi, spazzando via un mondo che era, invece, fatto di rapporti scelti in prima persona.
L'intervista chiude il cerchio e torna al mandala delle otto montagne, ben spiegato nel libro: all'interno del mandala c'è un monte altissimo, il Sumeru, mentre sulla circonferenza ci sono otto montagne, separate da otto mari. La domanda rimane aperta: chi avrà imparato di più? Chi è arrivato in cima al monte Sumeru o chi ha fatto il giro delle otto montagne? Chi si sposta nello spazio, un po' come Boccadoro, ci ricorda Cognetti, o chi si sposta nel tempo, come Narciso?  
A questo punto mi torna alla mente un passo proprio di Hesse:  Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparare a vedere e a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.
E quindi la montagna unisce questi due opposti, Pietro e Bruno. Così come unisce Paolo e il resto del mondo. E lo fa grazie a un libro.
L'intervista volge al termine, forse troppo presto. E nella sala Pacinotti cade leggera una foglia. Reale. Chissà da dove è arrivata. Qualcuno la vede, tra i presenti, qualche commento, sembra magia. La natura che saluta le Otto montagne. Me ne vado dal Book festival con questo pizzico di magia nel cuore.
E forse è questa magia che fa sì che il mio ombrello sia ancora all'ingresso, non toccato. Ha smesso anche di piovere. Mentre esco vedo in lontana uno zainetto rosso. Forse correndo un po'..., penso. Ma di magia per oggi ne ho avuta già abbastanza.
Mi volto dalla parte opposta e cammino verso la macchina.




lunedì 5 dicembre 2016

Il sale della vita:5

Riscoprire il piacere del Natale progettando l'albero e leggendo letterine, cantare a bassa voce Santa Claus is coming to town, essere ansiosi di impacchettare un regalo, guardare le ricette dei dolci per la cena, accendere candele rosse e appendere lucine e ghirlande, scrivere biglietti di auguri e fare la lista delle mail e dei messaggi, sorprendendosi di quanti amici tu abbia intorno...





giovedì 24 novembre 2016

A volte ritorno... tiriamo le somme



Quando ho aperto questo blog, nel 2013, ho scritto che sarebbe stato un blog non necessario. Ho avuto dannatamente ragione. Ma ho affermato anche che sarebbe stata la mia palestra e qui ho trascurato le mie intenzioni. Mi sono comportata esattamente come si comportano quelle persone che tanto disprezzo, quelle che vanno in palestra per sfoggiare il nuovo completino e non per allenarsi davvero. Questo perché il pubblico si differenzia psicologicamente dal privato. E se nel privato tu vai libero, ti comporti come meglio credi, nel pubblico cerchi di non deludere le aspettative (queste odiose aspettative!).

Ed ecco che anche io sono caduta nella trappoletta, andando a inciampare là dove non avrei dovuto, dimenticando il perché. Perché ero qui? 

Ma sopratutto, perché ci torno?

É il nido, come direbbe Holmes. Si torna al nido. Dopo essere andati ad esplorare il mondo, il nido è la base sicura dove tornare. Dopo tanto tempo mi sono resa conto che la base sicura per me non è un luogo, non è una persona (e qui Holmes probabilmente mi bacchetterebbe, ma tant'è), ma la scrittura. Le parole, queste letterine ordinate l'una accanto all'altra, il rumore rassicurante dei tasti, la luce nevrotica che viene dal pc...io amo tutto questo. Amo scrivere, e anche se non è necessario il mio sproloquiare in lemmi, probabilmente lo è per me.

Quindi torno in questo blog fantasma.

Torno sperando, torno amando, torno con il sorriso e citando la frase di benvenuto che ho appeso alla mia porta:


              Lar doce lar





mercoledì 16 settembre 2015

Il sale della vita:4

Alzarsi la mattina dimenticandosi che è un giorno di festa. Scendere dal letto lentamente, prepararsi il caffè e respirare il profumo che esce dalla moka, aprire un libro  scelto a caso e rimanere folgorati dalla sua bellezza.




martedì 7 luglio 2015

Il sale della vita:3

Le parole. Quelle giuste, le sbagliate, le fraintese. 
Quelle solo sussurrate o urlate, le parole d'amore e quelle di odio, quelle attese da una vita e quelle che non arriveranno mai.
Parole dolci, parole al vetriolo, i giochi di parole e i neologismi. Quelle scritte, quelle lette, quelle ascoltate e quelle dette. 
Le parole che ho riempito e quelle che ho scelto di lasciare ancora vuote. 

Perché ci si può chiudere tutto il mondo, nelle parole, e continuare contemporaneamente a lasciarlo libero. 






lunedì 9 febbraio 2015

Il sale della vita :2

Mia figlia:
passare del tempo con lei,
restare senza parole di fronte al suo sorriso,
sciogliermi dentro al suo abbraccio.
Vederla crescere,
insegnarle cose nuove,
stupirmi
(sempre e ogni giorno)
dell'immensità della sua fantasia
e della semplicità dei suoi sogni.
Perdermi nel suo amore





domenica 23 novembre 2014

Il sale della vita: 1




Alzarsi la mattina e spalancare le finestre al sole, sorridere al vento che si intrufola nei capelli, rivolgere il viso al cielo per bagnarlo con una pioggia tiepida. Scoprire che la Vita ti respira intorno,qualunque sia il colore della tua giornata...



Foto: Alessia Zanzi

giovedì 31 luglio 2014

Il senso degli opposti: Molinella 09/09/12. Parte 2

Il Pac 750 xl si aspettare sulla pista solo pochi secondi. Aspetto il mio turno sotto il vento caldo dell'elica. Addio acconciatura, dico, ma nessuno mi sente e non riesco a far ridere nemmeno me.
Una volta partiti però mi invade una strana tranquillità. Sono ben imbracata,dopotutto, anche se so che le ovaie ne risentiranno. L'aereo sale rapidamente in quota. Nemmeno l'altitudine e le orecchie che iniziano a fischiare mi mettono in agitazione. A confondermi c'è anche il rumore del motore che va a coprire quello sordo dei miei battiti. 
Sotto di me i campi rettangolari, le strade e le macchine si rimpiccioliscono fino a che non riesco a scorgere la linea d'orizzonte e il mare. Guardo dal finestrino estasiata. E poi non è che possa fare molte altre cose, nemmeno girarmi, lo spazio è strettissimo. Qualcuno si lamenta per il caldo e una ragazza apre il portellone per far entrare un po' d'aria fresca, tranquilla, come se fossimo in auto e non su un aereo che vola a 3000 metri a una velocità di 200 chilometri orari.
Mancano pochi minuti al lancio: Il mio migliore amico per trenta minuti mi stringe ancora un po' le cinture, si aggancia a me e mi infila gli occhiali. Ho il dovere di ricordargli di fare con calma e non dimenticare nulla. L'aria è rarefatta, sulla pelle il freddo è asciutto, e anche la tensione è sparita del tutto, si è scomposta in particelle più piccole, staccate via dal corpo come scaglie, diluendosi nell'aria. Scivoliamo veloci dal nostro posto fino all'apertura del portellone. Ho le gambe nel vuoto, il vento sul viso, mi sento sospesa, corpo e mente. Mi concentro sulla posizione da tenere, testa all'indietro e gambe sotto l'aereo. Mi ritrovo nel vuoto senza sapere come ci sono arrivata. Una capriola in aria e stiamo precipitando. Scendiamo a 50 metri al secondo e la pelle del viso mi tira tanto che ho paura che prima di toccare terra mi si staccherà. Penso a quell'istante in cui ti tuffi ed entri in contatto con la superficie dura del mare, quando il naso si riempie di acqua e il sale pizzica la gola, e non riesci a respirare. Ma qui il tempo si dilata, elastico, e quell'istante è un minuto intero in cui tutti gli elementi della terra sono lì con me: l'aria che mi abbraccia forte, l'acqua in lontananza, la terra ai miei piedi, il fuoco nelle vene. E capisco che se non riesco a respirare non è per paura, ma per lo stupore di avere il mondo ai miei piedi e per la sensazione, così forte, di riuscire anche solo per un istante a dominarlo. Il corpo scompare, si annulla per le forze che premono, contrastanti, l'una a spingere verso il basso, l'altra a sorreggerti.
Una tocco sulla spalla mi ricorda del ragazzo-video che mi sta di fronte, ma io non voglio sorridere alla me che guarderà il video, voglio regalarle per sempre quello sbalordimento, quel senso degli opposti che scopro dentro di me: paura e sicurezza, immobilità e movimento, cielo e terra, sogno e realtà. Tutto quel mondo rinchiuso tra le mie mani, che si muovono libere nell'aria.
È il colpo del paracadute che si apre a riportare indietro i mie pensieri, a ricordarmi dove sono. E chi sono.
Saliamo di qualche metro per poi discendere nuovamente, un declinare che adesso appare dolce, rilassato.
Il mio migliore amico per ancora dieci minuti mi fa la mappa di quello che sta sotto ai miei piedi. Mi indica l'hangar, parlando in continuazione, e finge di farmi tenere il paracadute per un po'. Mi faccio trattare come una bambina, lanciando anche un gridolino per una sua brusca virata.
Arriviamo a terra e siamo fermi dopo un solo metro sull'erba. Ci  rimettiamo in piedi e mi stupisco di tenermi tanto bene sulle gambe. Tolti gli occhiali e recuperata la stoffa del paracadute, mi allontano con passo fermo: non mi sono mai sentita meglio. Con la mente pulita il mondo sembra più brillante, più vero.
Gli occhi scivolano in su ancora un attimo. L'azzurro è così intenso e fermo.
Da oggi so che guardare il cielo non sarà più la stessa cosa.


martedì 22 luglio 2014

Il senso degli opposti: Molinella, 09/09/12. Parte 1

La tensione sale non appena metto piede a terra e uno Skyvan truccato da Nemo, il pesce della Disney, ci sfiora la testa. Guardo mio fratello, che non so come ha fatto a convincermi, mi dico. Un salto con il paracadute da 4200 metri. Io che non monto nemmeno sulle montagne russe. Io che ho paura persino del Topozorro.  Poi con la mente torno alla sera in cui gli ho detto: lo faccio!, ai nostri visi arancioni di tramonto e stanchezza, a quel suo dirmi che da lassù tutte le cose, anche i pensieri, si cambiano d'abito e i problemi diventano di colpo insignificanti. Il corpo sparisce e sei solo mente.
Qualcosa del genere.
Lui scende dall'auto paracadute e famiglia, io faccio due parole con la mia e con le altre due persone che proveranno oggi insieme a me l'ebbrezza del tandem, vale a dire il lancio dal paracadute agganciato a un istruttore. Stanno sbadigliando, e concludo che sia stata proprio la loro mancanza perenne di riposo ad averli convinti.
Così motivata faccio un'ora di fila per il check in e compilo il foglio dopo avergli dato solo un'occhiata distratta, ignorando di proposito le parti da firmare in cui il circolo non si ritiene responsabile di. Incidente? Morte? Non voglio saperlo. Ormai ho deciso di fare una cazzata e questa è decisamente una cazzata vestita a festa.
L'interno dell'hangar è un delirio di vestiti sul pavimento e un traffico di corpi e zaini. Sembra di essere a Malpensa in un giorno di sciopero. Ragazzi e ragazze in costume,con le tute da lancio infilate a metà, scalzi, spettinati. Alcuni ripiegano il paracadute, altri scrivono il proprio nome con il pennarello sul tabellone dei voli. Ogni tanto, da un altoparlante, qualcuno chiama i nomi per il volo, avvisa che è disponibile il servizio bar e comunica cose curiose sulle quali non voglio indagare troppo: avvertenza sanitaria, qualcuno ha ingerito per errore le pillole di Viagra...
L'ambiente è sporco, caotico e decisamente divertente. Mi sento subito a casa.
Mentre aspetto il mio turno vado vicino alla piscina, mi faccio due foto (delle quali mi pento subito dopo lo scatto), osservo gli altri paracadutisti scendere come pallottole colorate e mangio qualcosa. Vietato bere alcolici prima del lancio, recita un cartello. Rimando il brindisi a più tardi, quando, in fin dei conti, avrà anche più senso.
Sono le due del pomeriggio quando chiamano il mio nome.
Mentre finisco di prepararmi, più psicologicamente che altro, scopro che oltre al mio istruttore, che decido di chiamare Il mio migliore amico per trenta minuti, si lancerà al mio fianco anche un ragazzo-video.
Hai firmato per averlo, dice, non ricordi? La telecamerina mi fissa con il suo enorme occhio dal casco.
Mi stendo in faccia il sorriso migliore che riesco a fare e annuisco, poco convinta. Chissà che altro ho firmato, penso.
Il mio migliore amico per trenta minuti è molto giovane. Mio fratello prova a rassicurarmi sul numero di lanci che ha già fatto, ma le referenze in quel momento contano e non contano. Anzi, non contano affatto. Conta solo la sensazione di sicurezza che è in grado di darmi. E decido di dargli fiducia. Non che abbia molte altre scelte.
Mi spiega a cosa servono delle cinghie che mi sta allacciando, cosa faremo sull'aereo e cosa invece durante il lancio. Parla lentamente, in modo chiaro e guardandomi negli occhi e sento che le mascelle si rilassano e la bocca si distende tutta. Il corpo ancora oppone resistenza.
Il mio migliore amico per trenta minuti passa poi a illustrarmi i codici manuali.
Indice e medio: sposta la posizione delle gambe durante la caduta; mano avanti e indietro ripetutamente: rilassati; tocco su una spalla: vuoi sorridere alla telecamera per piacere?
Riguardando il video, in realtà, durante quei cinque minuti che impiega a imbracarmi  sembra che sia io a spiegare delle cose a lui, ma non ricordo neanche una parola di quello che gli ho detto. Brutto segno.

Dopo la vestizione cammino come Robocop fino alla navetta che ci porterà sull'aereo. Ottengo un posto privilegiato accanto all'autista. Dietro, il resto del branco. Alla prima buca una voce urla: ma chi ti ha dato la patente, Paperino?  Chiudo gli occhi per non vedere la fifa che sento salire come un palloncino pronto a esplodere.