Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
Visualizzazione post con etichetta eventi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eventi. Mostra tutti i post

mercoledì 15 novembre 2017

Foglie, ombrelli e zainetti rossi: Paolo Cognetti al Pisa Book Festival

L'ultima volta che sono andata a sentire la presentazione di un libro a cui tenevo moltissimo (era Foer, a Sarzana, Festival della mente, presentava Eccomi), la batteria dell'auto mi ha lasciato a piedi e ho rischiato di mandare tutto all'aria. L'ho visto come un segno di qualcosa, anche se non sono riuscita a dargli un significato. Ecco perché quando parto, oggi, per il Pisa book festival, dove Paolo Cognetti presenta Le otto montagne, mi stupisco che non ci siano intoppi: riesco a uscire mezz'ora prima dal lavoro, come previsto, nessuna fila chilometrica in Fi-Pi-Li, già un miracolo di per sé. È vero, piove, ma insomma, non è un temporale.
Quindi, se questo fosse un racconto, arriverei al Palazzo dei congressi in perfetto orario, farei pochissima fila per il biglietto, sistemerei l'ombrello nel portaombrelli con la certezza che sarà lì al mio ritorno, entrerei e mi fermerei al primo punto ristoro per un caffè, che anche se è l'ottavo della giornata non importa. Dopotutto è un racconto, no?
Del tutto casualmente mi ritroverei accanto a un ragazzo con la camicia verde a quadri e lo zainetto rosso. Voltandomi, deliziata ma non davvero stupita, direi, con una voce assolutamente tranquilla e calma: Paolo, posso offrirti un caffè in cambio di un autografo? Da lì partirei a vomitargli addosso tutto quello che avrei sempre avuto voglia di dirgli: che di Sofia mi sono innamorata fin dalla prima pagina, che lui, e lui solo, ha cambiato il mio modo di vedere la narrativa italiana, che con i suoi racconti ha allargato i miei confini di scrittura, che Le otto montagne è un romanzo talmente bello e rilassante che andrebbe consigliato come terapia antistress.
Ma questo non è un racconto. E alla realtà non si sfugge.
Quindi arrivo al Palazzo dei congressi perfettamente in orario. Compro il biglietto dopo aver fatto poca fila, entro e poso il mio ombrello all'ingresso, sicura che non lo ritroverò quando andrò via. Controllo la sala dove si terrà la presentazione e mi avvio. Niente caffè. Sarebbe l’ottavo della giornata, meglio non sfidare la sorte.
C'è un sacco di gente nella sala Pacinotti e fa un caldo allucinante. Ma grazie ad amiche molto più organizzate di me trovo un ottimo posto e quando lui arriva, camicia verde a quadri e zainetto rosso, ho una visuale quasi perfetta.
È abbronzato, mi fa la mia amica.
Vero. È abbronzato e ha una barba che assomiglia al mio cervello dopo dieci ore di lavoro. Ma appare rilassato, perfettamente a suo agio accanto a Lucia della Porta, che è lì per intervistarlo.
Attacca chiedendo il significato delle Otto montagne. Otto. Un numero che per noi occidentali, legati al cristianesimo, ha poco significato, ma che per il buddismo invece è legato al concetto di karma: le cattive azioni in questa vita devono essere compensate nella vita successiva. Per arrivare al Nirvana il buddista deve porre fine al ciclo delle reincarnazioni seguendo le otto vie del Dharma. Paolo vuole mettere l'accento sulla spiritualità della montagna.
Ma per lui ha un significato anche pedagogico. Ed è esattamente quello che traspare dalle pagine del suo libro. La prima parte è dedicata alla montagna che passa attraverso la figura di suo padre, ed è una montagna che insegna disciplina e tenacia. Mentre la seconda parte è dedicata alla montagna spirituale, un luogo di meditazione. Chi arriva ai ghiacciai si trova immerso nella Natura, nella Wilderness. Senza mediazioni. E scopre se stesso.
Cardine del intervista mi è sembrato la nota più o meno autobiografica, sulla quale Della porta ha insistito molto. Ma chiunque sa che scrivere prescindendo da se stessi è impossibile. Ed ecco che il padre di Pietro, il protagonista, è molto simile al padre di Paolo. Ma è anche il riassunto di tanti altri padri letti nei libri, dal suo primo amore, Carver, a Hemingway. Stessa sorte per la figura femminile più forte di tutto il romanzo, la madre, una donna di altri tempi, egregiamente dipinta, cosa che a Cognetti riesce dopotutto benissimo: le donne nei suoi racconti sono sempre molto presenti in tutta la loro femminilità.
Della Porta ha infine rivolto una domanda interessante.
Sull’amicizia. L'amicizia è un sentimento che si palesa prepotente nel libro, che scavalca confini e si trasforma. Il personaggio di Bruno, amico d'infanzia legato al piccolo paese di montagna di Grana, si contrappone a Pietro, quasi rendendoli la diversa faccia della stessa medaglia, con un legame che durerà tutta la vita. Paolo lo descrive come un sentimento sovversivo di questi tempi. Con ben poca ironia, condanna la famiglia attuale, all'interno della quale un adolescente si sente fin troppo protetto. E quindi i rapporti sociali al di fuori di essa tendono a necrotizzarsi, spazzando via un mondo che era, invece, fatto di rapporti scelti in prima persona.
L'intervista chiude il cerchio e torna al mandala delle otto montagne, ben spiegato nel libro: all'interno del mandala c'è un monte altissimo, il Sumeru, mentre sulla circonferenza ci sono otto montagne, separate da otto mari. La domanda rimane aperta: chi avrà imparato di più? Chi è arrivato in cima al monte Sumeru o chi ha fatto il giro delle otto montagne? Chi si sposta nello spazio, un po' come Boccadoro, ci ricorda Cognetti, o chi si sposta nel tempo, come Narciso?  
A questo punto mi torna alla mente un passo proprio di Hesse:  Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparare a vedere e a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.
E quindi la montagna unisce questi due opposti, Pietro e Bruno. Così come unisce Paolo e il resto del mondo. E lo fa grazie a un libro.
L'intervista volge al termine, forse troppo presto. E nella sala Pacinotti cade leggera una foglia. Reale. Chissà da dove è arrivata. Qualcuno la vede, tra i presenti, qualche commento, sembra magia. La natura che saluta le Otto montagne. Me ne vado dal Book festival con questo pizzico di magia nel cuore.
E forse è questa magia che fa sì che il mio ombrello sia ancora all'ingresso, non toccato. Ha smesso anche di piovere. Mentre esco vedo in lontana uno zainetto rosso. Forse correndo un po'..., penso. Ma di magia per oggi ne ho avuta già abbastanza.
Mi volto dalla parte opposta e cammino verso la macchina.




mercoledì 14 maggio 2014

Primo SalTo: Valeria Parrella, Tempo di imparare- Salone del libro di Torino 2014

Sono arrivata al Salone da nemmeno mezz’ora e già mi metto in fila: devo avere una vena masochistica.
La signora davanti a me srotola la mappa del programma  dove ha segnato con cura gli eventi da seguire. Contemporaneamente nella mia borsa il tablet lancia un grido: è l’app del Salone che ho scaricato e che mi avvisa dell’inizio della presentazione del nuovo libro della Parrella, edito da Einaudi. Facendo finta di nulla lo tiro fuori dalla borsa e incrocio lo sguardo divertito della signora Programma-cartaceo. Mi vergogno un po’ di essere diventata tanto tecnologica (dato che poi ci capisco poco), ma alla fine devo ammettere che per orientarmi tra i vari stand mi è stato utilissimo e mi ha fatto risparmiare un sacco di tempo.
La sala è piena: la Parrella, Bartezzaghi e De Silva aspettano composti che tutti si siedano prima di iniziare.
L’autrice inizia  con la lettura dell’incipit e sono già rapita dal ritmo delle sue parole.
Il libro parla di un bambino con disabilità, autistico, e della lotta di sua madre per fondare un linguaggio comune tra loro, un linguaggio emotivo. Ma non solo. La madre, spiega Bartezzaghi, fa un atto di volontà, adottando il proprio figlio e raggiungendo quasi un grado di militanza genitoriale. Parla di Napoli, questo libro, pur non citandola mai. Parla dei dolori e delle angosce dell’essere madre, di questo mestiere sporco. Ma è anche una sperimentazione letteraria, aggiunge: salta lo schema tempo-spazio-soggetto della narrativa, li svuota. La struttura è quella del monologo che parla a un Tu che non risponde e articola di capitolo in capitolo il tentativo di rigenerare una lingua, una lingua negata: un atto di coraggio.
  De Silvia cita Franzen: in un’opera narrativa efficace è necessario sentire che l’autore riesce a confidarsi. Non ha a che fare con l’autobiografia, ma con la capacità di raggiungere il lettore. Ci sono io in ogni libro, ammette Valeria. Giovane, la faccia pulita, la scrittrice volta lo sguardo verso i suoi due presentatori e sembra quasi stupita delle parole che la elogiano e che sviscerano così in profondo il suo romanzo. Dopotutto scrivere è quasi un fatto mistico e non contiene preterintenzionalità.
Ascolto con attenzione le sue parole finali, soffocate dagli applausi. Compito della letteratura, conclude, è sdoganare situazioni che tutti sanno, ma che non dicono. È abbattere quel senso di omertà che le avvolge.

E non potrei essere più d’accordo.

giovedì 31 ottobre 2013

Festival Arca Puccini, Pistoia. "Questa è l'acqua", David Foster Wallace: intervista a D.T.Max

Casa della Piazzetta, Pistoia, ore 21.00.
Siamo i primi ad arrivare. I ragazzi stanno facendo le prove di collegamento Skype con New York. Ci accomodiamo un po’ titubanti. La saletta è intima, sembra il salotto di casa: un pianoforte a muro, una poltrona, cuscini rossi per terra. ci sediamo sulle panche in attesa, osservando il buco nero sullo schermo.
Probabilmente questa situazione intima –ma il termine che per primo mi viene in mente è friendly- sarebbe piaciuta a uno come Wallace. Perché è di lui che si parla stasera. Del “vero” Wallace. O almeno ci provano il suo biografo, D.T. Max – un’incredibile copia di Nicolas Cage-, e la sua traduttrice in Italia -e direttore editoriale della Minimum fax-, Martina Testa.
L’intervista  inizia da qui: perché una biografia? La domanda è solo apparentemente banale. Le biografie di solito non piacciono agli scrittori che ne sono protagonisti: la cronologia della vita appiattisce la persona, la riduce a un “ha fatto questo, poi quello…”, tendendo a spiegare le sue opere attraverso le sue gesta. Va da sé che per un artista –e Wallace senza dubbio lo era- tutto questo appare un po’ riduttivo.
In realtà quello che Daniel Max ha cercato di fare è stato proprio l’opposto. Ridimensionarlo, Wallace, come probabilmente lui stesso avrebbe voluto.
D. T. Max parla di un rapporto teso con i propri lettori, del timore di lasciare che confondano la sua opera con la sua persona. Parla di un rapporto inversamente proporzionale: tanto più cresceva il suo successo, tanto più lui si allontanava dal suo pubblico. Voleva relazionarsi con i suoi lettori SOLO attraverso i suoi libri. Una cosa logica, per uno scrittore. Dato che la scelta di usare le parole su carta spesso non è davvero una scelta, ma una necessità.
Precisa però che non era affatto reticente alle relazioni umane, piuttosto  a stare davanti a un pubblico e a partecipare all'ambiente letterario.  Era semplicemente  poco artificioso, al contrario di quello che potrebbe sembrare attraverso le sue opere.
Il risultato è quindi una figura complessa, certo.  Ma, precisa il suo biografo, quello che contava era dire la VERITA’ sul suo conto. Scoprire il suo lato umano. Ridimensionare il piedistallo. Perché dopotutto è così facile mitizzare un artista non convenzionale, morto suicida –la lista sarebbe qui infinita: da Curt Cobain a Merilyn Monroe, da Hemingway a quella ancor più spettacolare di Mishima.
Molte sono le note interessanti venute fuori da questa intervista. Come l' attenzione alle parole, il senso del dovere nei confronti del testo, a cui sottoponeva molte revisioni, la predilezione verbale per la fiction e lo snobbare –volutamente- la propria non-fiction. La sofferenza infine che lo porta al suicidio. D.T.Max ha parlato molto e con il sorriso sulle labbra mentre Martina Testa scriveva e traduceva per noi – per tutta la sera non ho fatto altro che chiedermi in che lingua stesse scrivendo su quei fogli.
“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” è il titolo della biografia. E di fantasmi però non sembra raccontare. Forse in quella saletta intima non c’era posto per loro, ma solo per i grandi sorrisi di chi, anche se per poco, ha incrociato la propria vita con quella di un grande scrittore come Wallace.
Me ne vado anche io con il sorriso sulle labbra e un suo libro sotto il braccio: “Questa è l’acqua”, ovvio.
Cosa sapevo di Wallace prima di questo piccolo e caldo incontro? Beh, quasi nulla. Avevo alle spalle solo una raccolta di racconti, “La ragazza dai capelli strani” e qualche intervista letta qui e là.
E ora? La sensazione che mi ha lasciato si riassume in poche righe, dello stesso Wallace, tratte da “Interviste a uomini schifosi”.
Non si sa mai, in fondo… o invece no.


 “Quando vennero presentati, lui fece una battuta, sperando di piacere. Lei rise a crepapelle, sperando di piacere. Poi se ne tornarono a casa in macchina, ognuno per conto suo, lo sguardo fisso davanti a sé, la stessa identica smorfia sul viso. A quello che li aveva presentati nessuno dei due piaceva troppo, anche se faceva finta di sì, visto che ci teneva tanto a mantenere sempre buoni rapporti con tutti. Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.


martedì 1 ottobre 2013

Orhan Pamuk, Anteprime a Pietrasanta

Cerco di ricordare se è la prima volta. La risposta è sì: il mio primo faccia a faccia con un Nobel. Certo, non sono in prima fila, mi toccano le gradinate -del Duomo di Pietrasanta- , ma è lo stesso un piccolo e privato onore ascoltarlo.
Hanno rinviato l’evento di un’ora per dare a tutti la possibilità di assistere- il programma prevedeva l’incontro nella piccola chiesa di Sant'Agostino, dove sarebbe realmente entrata solo un terzo, forse meno, della gente in fila- . L’evento: le Anteprime.
Mentre aspetto, carta e matita in  mano, faccio il mio gioco preferito, guardare le scarpe della gente. Ho questa convinzione radicata, che la scarpa dica molto sul tipo di persona che la indossa. Qui le scarpe sono tutte differenti: nessuna élite, ma un eterogeneo gruppo di persone, sesso, condizione, età differenti, tutti in attesa, tutti per Pamuk.
Ed eccolo che arriva sul palco, il Nobel, che quasi te lo aspetti luccicante come una moneta preziosa, niente  a che fare con quest’uomo normalissimo, emozionato e titubante.
Prende la parola il suo editore, Einuadi, e il loro prologo è tutto per Istambul, per quelle rappresaglie, per quella paura della guerra civile che tanto lo atterrisce e disarma in questi giorni. Ammette di essere qui con il corpo e là con il cuore.
Io, da ascoltatrice, avverto questa dicotomia e non riesco a creare la mia personale connessione all'inizio: sarà il traduttore? Sarà il viavai di gente continuo? Sarà che sono lontana?
Ma quando si entra nel vivo, quando inizia a parlare del suo libro, “Il museo dell’innocenza”, ecco che i nostri fili si allacciano e io sono pronta a farmi trascinare in questo viaggio verso la Turchia.
«Il museo è vero» dice.
E io non capisco.
Mi ci vuole davvero molto tempo -molte parole- per arrivare alla comprensione di questo duplice progetto, studiato per anni e finito di realizzare solo quindici mesi fa.
“Il museo dell’innocenza” è un libro che parla di un uomo innamorato. E di tutto ciò che ruota intorno all'amore. O Amore. Quindi felicità, rabbia, frustrazione. Il protagonista, Kemal, nel corso del romanzo raccoglierà gli oggetti che per lui rappresentano questa passione -osteggiata- verso la donna amata.
Ma mentre scriveva, Pamuk non aveva in mente solo il romanzo: davanti a lui c’era la voglia di creare un luogo fisico per questo suo personaggio: un museo, appunto.
Il viaggio è duplice, allora: c’è “Il museo” romanzo e il museo reale, che contiene gli oggetti raccolti da Kamal: entrando dentro il museo entri dentro il romanzo e viceversa. Ma sono i sensi coinvolti ad essere differenti. Resta il fatto che questi oggetti incarnino una storia, la raccontino.
 Il romanzo sconfina nella realtà: Kemal chiede al suo amico Pamuk di creare per lui il museo. E Pamuk esegue gli ordini del suo personaggio. Non solo. Crea un catalogo museale, “L’innocenza degli oggetti”, che è di per sé strutturato come un romanzo.
«I musei mi piacciono», afferma Pamuk. Ma troppo spesso, specie quelli orientali, sono una dichiarazione politica. Non sono solo una sede artistica, ma anche politica. Guardando un museo in Cina, ad esempio, non puoi che restare stupito dall'immensità, dalla floridezza, e finire per elogiare la Nazione.  Ma non premia l’individualità, non ti dice niente sul cinese.
Il suo progetto vuole fare questo, invece, premiare l’individualità. Perché se mai c’è un parallelo tra museo e arte della scrittura è che entrambi fanno vedere i dettagli minuti che compongono la vita.

Arriviamo quindi alla vera anteprima. La domanda è: cosa c’è nel futuro di Pamuk, dopo un’assenza di anni?
C’è ancora Istambul, afferma. E non potrebbe essere altrimenti, dato che è nato e vissuto lì per sessant'anni. I suoi romanzi sono tutti fortemente localizzati -la critica lo ha attaccato molto per questo-, ma Pamuk dichiara che sebbene per lui inizialmente sia stata una cosa naturale, spontanea, ambientare i suoi romanzi lì, adesso ha raggiunto la consapevolezza che era proprio questa la sua intenzione: descrivere l’umanità dentro e attraverso Istambul.
L’idea del romanzo in scrittura è di trattare il tema dell’emigrazione e dell’immigrazione. Il suo protagonista emigra dall'Anatolia a Istambul negli anni sessanta per aiutare il padre a vendere yogurt per le strade della città turca. E tratta dei sogni ad occhi aperti che fa durante i venti chilometri a piedi che giornalmente percorre per andare a lavoro.
Per un romanzo di questo tipo la ricerca è fondamentale. Fare i compiti con diligenza è la base per la costruzione di ogni buon romanzo. E così ha ingaggiato anche assistenti che lo aiutassero nel compito di intervistare e raccogliere più dettagli possibili sulla vita che conducevano allora quegli immigrati.
Avrebbe voluto parlare ancora, Pamuk. Avrebbe dovuto, a mio parere. I tempi, però, vanno rispettati. Ho notato la delusione -condivisa- nelle facce della gente attorno a me.
Resta il fatto che sia stato un incontro illuminante.





venerdì 13 settembre 2013

Claudio Magris- Dialoghi sull’uomo, Pistoia 2013. Il viaggio: andata o ritorno?



Il viaggio è scoperta. Scoperta di sé, degli altri, della storia che si stratifica nel paesaggio o nel monumento che stai guardando, di tutto quello che è il mondo sensibile e intelligibile. Il viaggio è tutto, alla fine. Perfino l’immobilità dell’anima, a suo modo, è un viaggio.
Un discorso, quello di Magris, che apre molte porte e ne chiude pochissime, proprio per la natura stessa del tema trattato. Il viaggio è movimento, in tutte le sua accezioni. Il viaggio è la vita stessa, un albero con le sue ramificazioni.
Magris parte dal concetto di viaggio primario, il viaggio fatto con le valigie in mano e ti porta ad esplorare luoghi sconosciuti. In questa accezione allora è scoprire, ammirare, arricchirsi. È vedere le cose da una precisa prospettiva, la propria. Il volerlo comunicare, poi, è alla base della letteratura. O delle arti in generale.  E quindi il viaggio fisico si intreccia con quello metaforico, quello che avviene dentro se stessi, diventando a sua volta metafora della vita.
Per questo uno dei migliori esempi, il più antico e comunque sempre contemporaneo, è l’Odissea. L’Ulisse di Omero e tutti gli Ulisse post omerici.
Le forme dell’Odissea sono principalmente due: quella circolare -dove Ulisse torna a Itaca confermato, nonostante tutto, nella propria identità- e quella rettilinea, dove il ritorno non è possibile e Ulisse incarna l’uomo che si perde per la strada e che produce una cattiva infinità in cui diventa continuamente un altro, fino ad arrivare ad essere Nessuno, come già aveva intuito Omero.
La forma circolare la incarna perfettamente l’Ulisse di Joyce, mentre Omero fa sì tornare Ulisse a casa, ma solo per farlo subito ripartire -ne parla con Penelope nella scena che segue il colloquio coniugale.
Quindi ogni Odissea pone la grande domanda se si attraversi la vita diventando sempre più se stessi -ovvero cambiando, ma rimanendo fedeli alla propria identità- oppure ci si perda e ci si snaturi. Domanda a cui non c’è una sola risposta, ma mille.
Magris sottolinea come il viaggio migliore sia quello senza meta, zingaresco,pronto a prendere ogni tipo di deviazioni, come un cane che vaga per la città inseguendo gli odori. 
Parla ancora, senza stancarsi, di tutti gli altri viaggi: il viaggio ultimo, quello verso la morte; il viaggio a piedi, indicato tempo fa come terapia per la pazzia; il viaggio per varcare confini, per varcare le barriere, per non sentire più l’altro come altro, ma capirlo, trovarci qualcosa di sé, non viaggiando dunque in modo immorale, cioè come spettatori.
Conclude con questa postilla: i viaggi mancati e che hanno segnato la nostra esistenza.
 Assistere al discorso di Magris è stata un’esperienza unica e mi ha fatto riflettere sui confini che ancora devo varcare, su tutte le porte che devo ancora aprire prima di giungere alla fine del mio viaggio. 
E, soprattutto, mi ha fatto capire quanta voglia io abbia di aprirle. 




lunedì 2 settembre 2013

Festival della Mente, Sarzana 2013. Incontro tra S. Bartezzaghi e M. Racalcati.

L’uno è giornalista e scrittore, l’altro uno psicologo. L’uno insegna Teoria della creatività ala IULM, l’altro psicopatologia del comportamento alimentare all’università di Pavia. Il loro punto in comune è forse che entrambi scrivono per le pagine di Repubblica. La loro conferenza svoltasi sabato 31 Agosto a Sarzana giocava con queste due parole, ripetute spesso: eredità o creatività? Come poter conciliare la creatività, concepita come forza innovatrice e origini lare, con l’eredità?
La parola la prende Bartezzaghi per primo, mostrandoci tre scene.
La prima è un’eredità fallita, quella che Gates ha lasciato a Ballmer. L’uscita di Ballmer dalla Microsoft fa sbizzarrire i giornali proprio con queste parole: creatività, innovazione, eredità. Gates torna per cercare un nuove erede; Ballmer ha fallito sul fronte della creatività, dell’innovazione e della capacità di sorprendere. Questo per dirci che la creatività va molto oltre i soli campi artistici. A questo proposito cita anche una piccola anticipazione: nel PIL americano verrà introdotta proprio la parola Creatività. Con la conseguenza che le spese per la cultura diventeranno investimenti. Non male come concetto.
La seconda scena è un’eredità fonte di controversie, quella di Lucio Battisti. Recentemente la Corte d’appello di Milano ha ribaltato la sentenza con la quale il Tribunale di Milano aveva vietato che si organizzasse, contro il parere della famiglia Battisti, una festa in ricordo del cantante. Questo per dirci che l’eredità è difficile da gestire anche dal punto di vista giuridico.
L’ultima scena riguarda la mitologia della creatività, o meglio la condivisione della creatività. A questo proposito ricorda una scena del film Fame, quella in cui un taxi, con a bordo il padre di uno dei ragazzi, che blocca la strada nel tentativo di far ascoltare e promuovere la canzone del figlio -che sarà poi la colonna sonora del film, appunto.
E la strada si scatena, tutti scendono a ballare. Esplode la creatività a contatto con la creatività. Lo stesso padre fa un gesto creativo a favore della creatività. Che quindi arriva per contagio. Scende come filiazione.

Si arriva dunque alla domanda clou della conferenza: si è eredi o creativi? L’uno esclude l’altro?

La parola passa a Recalcati, che ci spiega come non possa esistere la creatività senza eredità. Nessuno parte da un foglio bianco per dipingere. A questo proposito fa l’esempio di Burri, artista e pittore italiano che introduce nella pittura sabbia, muffa e sacchi di iuta, come riferimento ai sacchi francescani. Si è dunque creativi solo se assumiamo completamente la consapevolezza dell’eredità.
Non è sempre stato così. La mitologia della creatività ha visto altre fasi. Una di queste è la fase della clonazione, ovvero assenza di creatività e discendenza passiva. La risposta al comando. L’accettazione come fedeltà verso i padri. Il padre schiacciava al problema dell’eredità solo la riproduzione esatta di ciò che aveva fatto. Con conseguenti destini infelici dei figli.
L’altra fase è seguita al movimento del sessantotto. Ed è il suo opposto. La fase della rottura di ogni legame con i padri, il rifiuto di ogni affiliazione, bisogna creare dal nulla e essere genitori di noi stessi. Ma la creatività non si auto genera. Non c’è modo di farsi da sé.
Tra queste due false vie, ce ne è una terza che è quella di Telemaco. Recalcati lo chiama il giusto erede. Telemaco non vuole la morte del padre. In questo senso è il rovescio di Edipo. Non entra in antagonismo con lui, ma si allea. Non resta nemmeno solo ad attendere, come invece fanno i barboni con Godot, ma si mette in viaggio e incontra il padre. La differenza sta proprio nel viaggio. È il viaggio di Telemaco che salverà la situazione.
Quindi ogni vero erede, conclude, è orfano, perché nessun genitore può preparare i figli alla vita. Ognuno di noi è obbligato a  reinventarsi.

Bartezzaghi continua parlandoci di ciò che si deve intendere con creatività. La cultura di massa ci fa credere che l’innovazione stia solo in superficie e non nel profondo. A tal proposito cita Giorgio Morandi, il pittore delle nature morte -bottiglie, per lo più. Il suo ripetere sempre lo stesso soggetto non è indice di assenza di creatività. L’effetto, la capacità di stupire, a volte porta a una cattiva interpretazione della creatività.
Quindi la creatività non si nutre del nuovo, perché non esiste mai il nuovo completo, piuttosto ha la faccia dello stesso. Ogni volta lo stesso, ogni volta nuovo. Quindi si pone nel mezzo: la creatività oscilla tra la memoria e l’oblio.
Passa quindi a parlare delle generazioni e del concetto stesso, che secondo lui è degenerato, anche a causa della rapidità con cui si muove il mondo. E sostiene, ancora, che ci sia un po’ di nebbia sul discorso generazionale. I genitori tendono a rifiutare l’invecchiamento e ad assomigliare ai figli, non assumendo il loro ruolo di adulti -cioè colore che dovrebbero sforzarsi di tenere rapporto tra ciò che si dice e ciò che si fa.
La conferenza termina con alcune riflessioni sul metodo migliore per diffondere la creatività.
La trasmissione del sapere è oggi molto forte, ma non coincide spesso con la trasmissione del desiderio. Il che è un problema. Perché, abbiamo detto, la creatività si trasmette per contagio. Quindi se c’è desiderio- personalmente preferisco chiamarla passione, ma fa lo stesso -c’è anche la trasmissione, che porta alla creatività.