Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
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martedì 19 giugno 2018

Con un abbraccio senza tempo - Agota Kristof

Non riesco ad abbassare le braccia
da quando ti ho abbracciato
lo so sei ancora qui si è chiusa
la porta alle tue spalle eppure
tengo il tuo corpo tra le braccia

Lo so sei ancora qui immobile
Sto in piedi le ali nere del tempo
hanno già attraversato anni
dal suo oscuro passaggio furtivo
è scappato un minuto

Con un abbraccio senza tempo
da quando ti ho abbracciato
non riesco ad abbassare le braccia
sono immobile statua centenaria
chiuso tra le mie braccia di pietra
so che sei ancora qui




Foto: Francesco Romoli 


lunedì 22 gennaio 2018

Il libro dell'acqua, Eduard Limonov

Il 2018 per me è iniziato in Russia. O meglio, in Ucraina, a Kharkov. Qui comincia la storia di Limonov. Personaggio controverso, definito scrittore e politico russo. Ma dirlo così è riduttivo. Limonov me lo ha fatto conoscere Carrere, che ha scritto la sua splendida biografia. Passare a leggere Il libro dell’acqua è stato un passo necessario.
Eduard Limonov, il cui vero nome è Eduard Veniaminovich Savenkonasce, nasce in Russia come poeta. Diventa scrittore grazie al libro Io,Édichka, in Italia uscito con il titolo Il poeta russo prefisse i grandi negri, a cui seguiranno altri libri, sempre autobiografici. Nel 1991, dopo anni passati prima a New York, poi a Parigi, torna in Russia dove fonda un giornale, Limonka, e un partito , il Partito Nazional Bolscevico. Nel 2001 viene arrestato con l’accusa di terrorismo e traffico di armi. Viene rinchiuso nel carcere di Lefortovo, dove scrive proprio questo libro, Il libro dell’acqua.
La struttura è semplice: si tratta di piccoli brani dedicati a tutte le acque che ha visto e in cui si è bagnato nel corso della sua vita: dai mari ai fiumi, dagli stagni alle fontane per finire alle saune. Non c’è un ordine cronologico, come lui stesso scrive: “Questi miei ricordi si possono leggere a partire da qualsiasi pagine e seguendo qualsiasi direzione. Nuotano nell’eternità, non hanno bisogno di dimensioni perché sono disciolti nell’eternità”. 
A leggerlo, Limonov appare proprio quel grande egocentrico di cui tutti parlano. E probabilmente lo è. La sua egosfera è di proporzioni cosmiche e mai in discussione. Ma forse, e dico forse, è proprio questo che lo rende un bravo scrittore. No, non uno scrittore eccelso, ma ha occhi da scrittore e non ci sia lascia abbindolare dalla sua narrazione di imprese incredibili, che tuttavia non ho alcun problema a considerare in larga parte vera. Si fluttua tra mari e fiumi e il viaggio è oltremodo piacevole. Sa come affascinare e, sebbene talvolta calchi un po’ troppo la mano, il quadro complessivo è riuscito. Ha un buon utilizzo delle immagini e uno sguardo privo di condiscendenza. Ci sono descrizioni di luoghi senza pietà, come la spiaggia di Ostia o la fontana di Trevi, che Limonov liquida così:  “Di per sé la fontana non era nulla di speciale. Una costruzione acquosa, vischiosa, ossidata. Sulle cartoline fa miglior figura”. È uno sguardo immediato, quasi bambinesco, del tutto capace di irritarti e irretirti allo stesso tempo. 
Alcuni brani sono coerenti, seguono la narrazione dell’acqua, altri si perdono nell’esosfera limonoviana, ma questo non li rende meno affascinante. Una presenza costante nelle sue narrazioni sono le donne. E la guerra. Come se queste fossero le uniche vie di accesso alla gloria. E se da una parte leggiamo un Limonov sempre più innamorato e distrutto dall’amore, dall’altra c’è l’uomo che combatte solo per il gusto di combattere, perché la guerra è una droga, come le donne. 
Personaggio controverso, lo ripeto, scrittore controverso e controcorrente, che si auto definisce “l’autore dei migliori libri della controcultura occidentale” in uno dei suoi (frequenti) attacchi di mania di grandezza. Ma dopotutto scrive: “Incoraggiate la mania di grandezza! Coltivate in ogni modo la vostra differenza dagli altri. Non c’è nessun senso ad assomigliare a questa marmaglia”. 
Una vita vissuta a 360 km orari. Forse davvero una vita di merda, come dice a Carrere nella sua ultima intervista. O forse esattamente la vita di merda che voleva. Resta il fatto che Eduard Limonov non riesce a passare per occhio. Una volta entrato, difficile venirne fuori. 
“È esattamente questa la vita che ho voluto:”, scrive ”caledoiscopica, arrischiata, sfavillante”.

E io non ho alcun dubbio. 




mercoledì 10 gennaio 2018

Diario I, Anaïs Nin

Parigi, inverno 1931. Anaïs Nin conosce Henry Miller e la sua vita cambia radicalmente. Come lei stessa scrive, verrà gettata nella realtà. Un punto di svolta importante, un punto da dove iniziare a raccontare un percorso interiore che non finirà mai, la accompagnerà fino alla morte. 
Anaïs ha 28 anni, ha appena pubblicato un saggio su Lawrence, vive a Louvenciennes con sua madre e i fratelli, gioca a fare la piccola borghese. Ma sente che i vestiti anonimi, i tè pomeridiani e le piccole occupazioni domestiche le stanno strette: lei ha un fuoco, dentro, che vorrebbe far divampare, bruciando tutte quelle convenzioni di cui il suo mondo è intriso. La miccia è proprio Miller: un uomo geniale, ma brutale, terreno, caotico. Lo è nella vita che conduce, da perfetto bohémien, lo è nella sua scrittura, che è una colata di lava continua e che affascina Anaïs tanto da tenerlo sotto la sua ala protettrice per anni. Lo ascolta mentre parla di June, sua moglie, una donna passionale e misteriosa, bugiarda, forse tossicomane; lo ascolta mentre parla delle sue idee, le mostra i suoi appunti, la porta in giro per sordidi locali notturni, a bere, fumare, conoscere prostitute. Ecco, la vita che vuole la giovane Anaïs, quella di Henry, quella bohémien, quella del vero artista. E ogni sera, tornando a casa da una cena, da un giro per le strade fredde di Parigi o da una seduta con il suo analista, Anaïs scrive, si abbandona al suo migliore amico, il diario, la sua droga, il suo oppio, come lo descrive a tutti, lo riempie di ritratti, di pensieri, indugia sull’autoanalisi. Nei tre anni di questo primo diario, che va dal 1931 al 1934, scrive di ogni persona che conosce nei suoi anni parigini, descrive l’amore per June, la sua analisi con lo psicologo Allendy, trova spazio Artaud, Otto Rank. Ma sopratutto suo padre, il grande pianista, l’uomo che per prima la ha abbandonata, causandole tanta infelicità e insicurezza. 
Tutte queste persone, nel diario, diventano personaggi. Tutte le sue avventure, il dramma rappresentato. 
Bellissimo lo stile, così poetico e immaginifico, un’andatura che potrebbe essere la stessa del corpo esile e fragile della Nin: leggera, a volte sicura, spavalda, altre invece titubante. 
Anaïs donna, Anaïs figlia, Anaïs amante, Anaïs artista. Anaïs che ama sempre e comunque tutti e si prende cura di tutti, come una madre. Anaïs che vuole decidere della sua vita.

“La vita ordinaria non mi interessa”, scrive. “Cerco solo i grandi momenti. Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono”.






giovedì 28 dicembre 2017

Come diventare vivi, un vademecum per lettori selvaggi, G. Montesano

Come si fa a diventare vivi? Ma prima di tutto, cosa significa?
Ci alziamo la mattina, caffè, doccia, auto, lavoro, poi di nuovo a casa, cena veloce, un film sul divano per rilassarci, ce lo meritiamo, no?, dopo una giornata così faticosa, sempre di corsa, magari una sbirciatina a Facebook per salutare gli amici, guardare qualche foto… poi a letto. 
E la mattina si ricomincia. 
In questo lasso di tempo, meno di 24 ore, cosa ci fa sentire vivi?
Montesano, in questo librettino di poco più di 150 pagine e che sembra leggero come il volo di una farfalla, ci pone in realtà un grande interrogativo. 
E risponde: Anche nella prigione dei giorni in cui tutto sembra impossibile, anche nella mia miserabile paura di vivere. Io voglio rinascere…E comincerò dalla frase interrotta, e scenderò in quel mare in cui le ferite mal curate si schiuderanno come bocche innamorate , e faranno entrare in quella realtà in cui si vive senza sprecare la vita… 
Vivere davvero è non sprecare la vita. E per non sprecare la vita dobbiamo fare quello per cui siamo programmati fin dalla nascita: pensare. E per aiutarci a pensare dobbiamo leggere davvero, ascoltare davvero, guardare davvero. La formula di Montesano è semplicissima: troviamo (imperativo) il tempo per leggere, per vivere, per amare. 
Ma per far questo bisogna fare attenzione: attenzione a non rifiutare l’estraneo, perché è proprio questo che allarga la nostra mente; attenzione alle parole che leggiamo, solo così potremo leggere in profondità e avere rivelati il mondo e noi stessi; attenzione alle nuove tecnologie che ci inducono ad entrare nel mondo della chiacchiera, a ignorare le cose che contano davvero, distogliendoci dall’allenare le nostre menti; attenzione soprattutto a non diventare dei doxosophoi,  sapienti solo nel dire la propria opinione. E così, pagina dopo pagina, Montesano ci ricorda che leggere i maestri, Dostoevsky, Shakespeare, Pirandello, Dante, ascoltare i maestri, Beethoven, Wagner, guardare i maestri, Picasso, Botticelli, ci aiuta in questa operazione di risveglio. 
Ma bisogna volerlo. Dobbiamo voler vivere, voler essere uomini, volere la verità. E chi vuole la verità, come dice citando Platone, bisogna che sfreghi tra di loro le idee con le cose a cui si riferiscono, le sensazioni con le idee, le cose con le sensazioni, le visioni con le idee, le parole con le immagini, le parole con le idee e le immagini con le cose, domandando e rispondendo in discussioni benevole e senza odio, e il cui oggetto non sia la mia o la tua verità, finché, da questo sfregare parole con idee e idee con cose, non sprizzeranno, come da sassi fatti cozzare tra di loro, scintille di fuoco che accenderanno la conoscenza. 
Wow. Impossibile dirlo con parole migliori. 
Quello che ho trovato in questo libro è stata una sorta di incoraggiamento. Non tanto per leggere in modo selvaggio, quello lo faccio già da tempo, ma per non smettere di farlo.  Come se l’autore alla fine delle pagine mi avesse detto: ok, finora hai fatto un buon lavoro, ma non rinunciare, non entrare nella zona confort, non farti prendere dalla falsità marcisca della nube della chiacchiera, non ascoltare i guardiani del penitenziario emotivo.  
Vai. 
Leggi, ascolta, guarda. 

Vivi. 



lunedì 11 dicembre 2017

Nelle terre di nessuno, C. Offutt, una quasi recensione

Quest’anno, al Pisa Book Festival, sono andata decisa su quale libro comprare: Lincoln nel Bardo, il nuovo romanzo di Saunders. Dopotutto, la Minimum fax è presenza fissa, in quanto editore indipendente. Mi infilo quindi tra la folla decisamente numerosa delle sei della domenica pomeriggio e, mappa alla mano, trovo lo stand. Do un’occhiata veloce sul banco e non lo vedo: strano, penso, s’è appena vinto il Man Booker Prize questo libro, e non è in pole position? Allora faccio la scema e chiedo: ma dove li tenete i libri di Saunders? La ragazza si spacca in quattro per mostrarmi la nuova bellissima copertina di Dieci dicembre. Poi mi mostra Nel paese della persuasione. Sì, le faccio, questi li ho già, cercavo il romanzo, quello nuovo. 
Ah, mi fa lei, ma quello non è nostro! È Feltrinelli! 
Come Feltrinelli? Avete pubblicato tutto Saunders finora e il romanzo è Feltrinelli? 
La ragazza mi guarda con un mezzo sorriso. Fanno sempre così, mi dice. Li scopriamo noi e poi quando sono già famosi se li prendono e li fanno vincere lo Strega… e mi mostra la nuova copertina di Sofia si veste sempre di nero, di Cognetti. Sto quasi per andar via, delusa e rammaricata per la povera casa editrice scopritrice di talenti a cui fregano i romanzi all’asta, quando sollevo una copertina rossa e un nome nuovo. Diciamocelo: io, i titoli della Minimum fax li conosco tutti, anche prima che escano in libreria. Ma quello no. Quello mi è nuovo. Chi è? , chiedo alla ragazza. Lui è bravo, mi fa mentre cerca di ascoltare la signora accanto a me che ha due libri in mano. Ma questo com’è?, bela la tizia. Ha in mano A pesca nelle pozze più profonde. Rispondo io. Questo è per gli addetti ai lavori, signora. Vuole un Cognetti? Si prenda Sofia e non ne sarà delusa. La signora mi dà retta, paga Sofia e se ne va. Io resto con Chris Offutt in mano. Nelle terre di nessuno. Quarta di copertina: 

Insomma, quel vento portò l’odore di Dorothy in tutto il bosco, e l’odore attirò un orso. D’inverno dormono, e quando si svegliano sono così affamati che si mangerebbero un’incudine. L’orso la seguì per un quarto di miglio e Dorothy non se accorse mai. Forse cantava, non lo so. Per una donna cantare per la propria bambina è naturale come per un orso mangiare carne. Non si può dare la colpa alle colline per quello che ci succede in cima. Qualcuno incolpa Dio, ma non credo che lui si preoccupi troppo di quello che succede lassù.

Tra poco esploderà anche lui, mi fa la ragazza. Come Cognetti e Saunders. Abbiamo già intenzione di pubblicare altri suoi libri. insomma, inutile dirlo, mi convince al volo, sgancio il contante e me lo infilo nella borsa. 
Non amo leggere le recensioni prima di iniziare un libro, quindi, una volta a casa, mi tuffo nelle pagine. Il primo salto, però, è come buttarsi in un laghetto gelato. Nonostante io provi a pestare i piedi, il ghiaccio non si rompe e resto lì, infreddolita e delusa. Ma sono racconti e non mi do per vinta. La perseveranza mi premia. Non tutti i racconti sono ghiaccio che non vuole rompersi. Andando avanti nella lettura inizio a comprendere il mio disagio. In realtà la scrittura è estremamente precisa, lineare, chiarissima. È uno stile che descrive senza trasmettere emozioni. Storia dopo storia, personaggio dopo personaggio, ci si addentra in un Kentucky fatto di alcol, degrado, occasioni perdute, miseria, superstizione. Un mondo che per me era quasi sconosciuto. Molti i racconti riusciti al cento per cento, tra cui Luna calante, Blue Lick e Zia Lith, l’ultima levatrice, uno dei miei preferiti, dove i personaggi finiscono in una spirale ineluttabile di semi follia, in mezzo a credenze antiche come il mondo e rimpianti. Insomma, chiudo l’ultima pagina quasi con sollievo. Ed eccolo, il mio disagio, svelato nella sua elementare forma umana: tutta questa brutalità, questa mancanza di redenzione, questi cattivi odori, cattive azioni, il menefreghismoo, l’alcolismo, la vecchiaia, insomma, questi racconti concentrano tutto quello che un uomo preferisce fingere di non vedere. E qui allora sta la sua forza: costringerti a farlo, farti scendere dalle nuvole dorate in cui vorresti essere leggendo un libro solo per svagarti. Ti presenta la realtà nella sua versione più ruvida. E attecchisce. Eccome se attecchisce. Ti resta addosso una sensazione che bella non lo è affatto, ma sai che è vera. E come al solito se c’è una cosa che apprezzo è proprio questo in un libro, la sua onestà. 
Quindi a Offutt un bel voto, certo. Anche alla mia casa editrice preferita, ovvio. Che come al solito non sbaglia un colpo. 







mercoledì 15 novembre 2017

Foglie, ombrelli e zainetti rossi: Paolo Cognetti al Pisa Book Festival

L'ultima volta che sono andata a sentire la presentazione di un libro a cui tenevo moltissimo (era Foer, a Sarzana, Festival della mente, presentava Eccomi), la batteria dell'auto mi ha lasciato a piedi e ho rischiato di mandare tutto all'aria. L'ho visto come un segno di qualcosa, anche se non sono riuscita a dargli un significato. Ecco perché quando parto, oggi, per il Pisa book festival, dove Paolo Cognetti presenta Le otto montagne, mi stupisco che non ci siano intoppi: riesco a uscire mezz'ora prima dal lavoro, come previsto, nessuna fila chilometrica in Fi-Pi-Li, già un miracolo di per sé. È vero, piove, ma insomma, non è un temporale.
Quindi, se questo fosse un racconto, arriverei al Palazzo dei congressi in perfetto orario, farei pochissima fila per il biglietto, sistemerei l'ombrello nel portaombrelli con la certezza che sarà lì al mio ritorno, entrerei e mi fermerei al primo punto ristoro per un caffè, che anche se è l'ottavo della giornata non importa. Dopotutto è un racconto, no?
Del tutto casualmente mi ritroverei accanto a un ragazzo con la camicia verde a quadri e lo zainetto rosso. Voltandomi, deliziata ma non davvero stupita, direi, con una voce assolutamente tranquilla e calma: Paolo, posso offrirti un caffè in cambio di un autografo? Da lì partirei a vomitargli addosso tutto quello che avrei sempre avuto voglia di dirgli: che di Sofia mi sono innamorata fin dalla prima pagina, che lui, e lui solo, ha cambiato il mio modo di vedere la narrativa italiana, che con i suoi racconti ha allargato i miei confini di scrittura, che Le otto montagne è un romanzo talmente bello e rilassante che andrebbe consigliato come terapia antistress.
Ma questo non è un racconto. E alla realtà non si sfugge.
Quindi arrivo al Palazzo dei congressi perfettamente in orario. Compro il biglietto dopo aver fatto poca fila, entro e poso il mio ombrello all'ingresso, sicura che non lo ritroverò quando andrò via. Controllo la sala dove si terrà la presentazione e mi avvio. Niente caffè. Sarebbe l’ottavo della giornata, meglio non sfidare la sorte.
C'è un sacco di gente nella sala Pacinotti e fa un caldo allucinante. Ma grazie ad amiche molto più organizzate di me trovo un ottimo posto e quando lui arriva, camicia verde a quadri e zainetto rosso, ho una visuale quasi perfetta.
È abbronzato, mi fa la mia amica.
Vero. È abbronzato e ha una barba che assomiglia al mio cervello dopo dieci ore di lavoro. Ma appare rilassato, perfettamente a suo agio accanto a Lucia della Porta, che è lì per intervistarlo.
Attacca chiedendo il significato delle Otto montagne. Otto. Un numero che per noi occidentali, legati al cristianesimo, ha poco significato, ma che per il buddismo invece è legato al concetto di karma: le cattive azioni in questa vita devono essere compensate nella vita successiva. Per arrivare al Nirvana il buddista deve porre fine al ciclo delle reincarnazioni seguendo le otto vie del Dharma. Paolo vuole mettere l'accento sulla spiritualità della montagna.
Ma per lui ha un significato anche pedagogico. Ed è esattamente quello che traspare dalle pagine del suo libro. La prima parte è dedicata alla montagna che passa attraverso la figura di suo padre, ed è una montagna che insegna disciplina e tenacia. Mentre la seconda parte è dedicata alla montagna spirituale, un luogo di meditazione. Chi arriva ai ghiacciai si trova immerso nella Natura, nella Wilderness. Senza mediazioni. E scopre se stesso.
Cardine del intervista mi è sembrato la nota più o meno autobiografica, sulla quale Della porta ha insistito molto. Ma chiunque sa che scrivere prescindendo da se stessi è impossibile. Ed ecco che il padre di Pietro, il protagonista, è molto simile al padre di Paolo. Ma è anche il riassunto di tanti altri padri letti nei libri, dal suo primo amore, Carver, a Hemingway. Stessa sorte per la figura femminile più forte di tutto il romanzo, la madre, una donna di altri tempi, egregiamente dipinta, cosa che a Cognetti riesce dopotutto benissimo: le donne nei suoi racconti sono sempre molto presenti in tutta la loro femminilità.
Della Porta ha infine rivolto una domanda interessante.
Sull’amicizia. L'amicizia è un sentimento che si palesa prepotente nel libro, che scavalca confini e si trasforma. Il personaggio di Bruno, amico d'infanzia legato al piccolo paese di montagna di Grana, si contrappone a Pietro, quasi rendendoli la diversa faccia della stessa medaglia, con un legame che durerà tutta la vita. Paolo lo descrive come un sentimento sovversivo di questi tempi. Con ben poca ironia, condanna la famiglia attuale, all'interno della quale un adolescente si sente fin troppo protetto. E quindi i rapporti sociali al di fuori di essa tendono a necrotizzarsi, spazzando via un mondo che era, invece, fatto di rapporti scelti in prima persona.
L'intervista chiude il cerchio e torna al mandala delle otto montagne, ben spiegato nel libro: all'interno del mandala c'è un monte altissimo, il Sumeru, mentre sulla circonferenza ci sono otto montagne, separate da otto mari. La domanda rimane aperta: chi avrà imparato di più? Chi è arrivato in cima al monte Sumeru o chi ha fatto il giro delle otto montagne? Chi si sposta nello spazio, un po' come Boccadoro, ci ricorda Cognetti, o chi si sposta nel tempo, come Narciso?  
A questo punto mi torna alla mente un passo proprio di Hesse:  Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparare a vedere e a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.
E quindi la montagna unisce questi due opposti, Pietro e Bruno. Così come unisce Paolo e il resto del mondo. E lo fa grazie a un libro.
L'intervista volge al termine, forse troppo presto. E nella sala Pacinotti cade leggera una foglia. Reale. Chissà da dove è arrivata. Qualcuno la vede, tra i presenti, qualche commento, sembra magia. La natura che saluta le Otto montagne. Me ne vado dal Book festival con questo pizzico di magia nel cuore.
E forse è questa magia che fa sì che il mio ombrello sia ancora all'ingresso, non toccato. Ha smesso anche di piovere. Mentre esco vedo in lontana uno zainetto rosso. Forse correndo un po'..., penso. Ma di magia per oggi ne ho avuta già abbastanza.
Mi volto dalla parte opposta e cammino verso la macchina.




venerdì 14 luglio 2017

Oro colato, Edoardo Albinati

Ho  letto nel corso di questi ultimi anni un sacco di libri sulla scrittura. Molti sono semplicemente consigli, alcuni veri e propri manuali, si parla di plot, climax, anticlimax, costruzione del personaggio etc. Questi ultimi sono indubbiamente utili per chi come me è alle prime armi, ma del tutti freddi. È il lavoro di falegnameria di cui parla Cerami. Tutta la magia che invece si nasconde dietro all'atto della scrittura vi è quasi negato.
Albinati in questo saggio non scrive solo di magia. Ma riesce in una mediazione che devo dire mi ha colpito molto. Sono le trascrizioni di otto lezioni non di scrittura, ma sulla materia della scrittura.
In modo del tutto inaspettato ci accompagna alla scoperta della nascita di un libro, dal primo spunto che genera il desiderio in colui che scrive, fino all'ultima parola messa nel testo. O cancellata. Il concetto di demolizione è sempre presente, così come quello del sacrificio. Questa idea quasi religiosa della scrittura (o magica) credo sia la mia preferita: dietro ad ogni opera che volge alla perfezione, scrive Albinati, si nasconde un atto essenzialmente di carattere distruttivo. Bruciare incenso, spandere olio, sgozzare il capro. Poco dopo introduce un tema ulteriore: l'officiante in qualche misura diventa egli stesso l'oggetto del sacrificio. Il sacrificante diventa il sacrificato.

Con un stile discorsivo che coinvolge e che, sinceramente, mi ha fatto apprezzare ulteriormente questo saggio, e moltissime idee illuminanti, non posso che raccomandare questo libro a chiunque desideri capire il meccanismo che muove l'uomo a cercare carta e penna. Ma anche semplicemente a leggere un buon libro.





domenica 26 febbraio 2017

L'addio, Antonio Moresco

Tempo fa sono rimasta coinvolta nella discussione dello Strega. Again. Moresco, escluso dalla cinquina dei finalisti con il suo ultimo romanzo, L'addio,  si lamentava pubblicamente.  Mi ha ricordato Pasolini, di cui tra l'altro è stato estimatore e studioso. Avevo letto il libro della Stancarelli, giunto in finale, e altri libri di Moresco. Di Moresco riconoscevo l'indubbia abilità letteraria ( e poi, perché no, mi piacciono pure le sue idee), la Stancarelli mi aveva invece enormemente delusa. Il vincitore, poi, non ne parliamo...
Tutto questo per dire che quando ho aperto, a mesi di distanza, L'addio, ero piena di Grandi Speranze.
Sin dalle prime pagine ho riconosciuto il suo stile secco  e lenitivo  e mi sono entusiasmata. Con il procedere l'entusiasmo però è calato.
La trama è a dir poco coinvolgente: uno sbirro morto, che faceva lo sbirro da vivo nella città dei vivi e continua a farlo da morto nella città dei morti, viene ingaggiato da un certo Lazlo per tornare nella città dei vivi e sterminare il male che sta dilagando e che uccide tutti i bambini in modo atroce. Uno di questi bambini morti lo accompagna nel suo viaggio, per aiutarlo a scovare chi lo ha trucidato.
Ovviamente questo NON è un romanzo poliziesco. Moresco ce lo dice subito, nella prefazione, dove dichiara il suo intento scrivendo questo suo (ultimo?) romanzo. Il tema è molto più grande. Moresco si interroga e ci interroga sulle radici del male, sulla vita e sulla morte, si chiede e ci chiede cosa venga prima e cosa dopo, si interroga sull'amore e ce lo porge come l'unico tocco di colore in tutto il libro.
Assistiamo a tre giorni di sangue, atrocità, facciamo la conoscenza di uomini sadici e senza scrupoli, scendiamo le scale di scantinati, entriamo in aule di asili deserti, bussiamo alle porte di donne che urlano, cerchiamo bambini dentro container.
È la descrizione di un incubo senza soluzione di continuità. Lo stile è quello onirico e le scene sono sia reali che irreali, esattamente come accade dormendo. Questo è la sua peculiarità.
Per gran parte del romanzo continuavo a pensare: perché ci ripete tutto in modo così angosciante?  Perché sempre le stesse domande? Troveranno una soluzione, questi interrogativi? Ovvio che conoscevo già la risposta. Non puoi chiederti Chi sono? , Cos'è la vita e cos'è la morte? o Perché sono qui e ho fatto questo? e sperare di trovare una risposta.
Il tempo e la vita ce li descrive in modo circolare. Tutto è prima e tutto è dopo, perché in realtà non esiste un prima o un dopo, non esiste la morte senza la vita, non esiste il bene senza il male.
Non nego di aver fatto una gran fatica a leggere. A cercare di capire le milioni di metafore con cui inonda il libro. E no, non le ho certo capite tutte. Forse ho solo finto di capire, per trovare una logica in un luogo, questo creato da Moresco, dove la logica non può esistere.  Le infinite e ripetute domande che lo sbirro morto si fa, e non solo lui, ma anche gli altri personaggi, sul significato della vita non trovano risposta. Anche se Moresco vuole farci capire che il finale sia in un certo modo risolutivo, che lo sbirro capisca, Perché adesso so che, dichiara nell'ultima pagina.
Quello di cui sono sicura è che il compito della letteratura è esattamente questo, però: crearci domande, darci una prospettiva diversa della vita, spostare i mobili in quella casa che è il nostro cervello. E Moresco lo fa. Non sono convinta che ci sia solo la critica sociale, tra le pagine. C'è anche la voglia di capire, e farci capire. Ed è questa la forza più grande di Moresco. Non darsi per vinto, esattamente come il protagonista.
Un libro complicato, pesante, dove non è lo stile che colpisce, ma quello che sta dietro, dove lo stile asseconda, non è protagonista.
Un libro da leggere.









giovedì 23 febbraio 2017

Le otto montagne- Paolo Cognetti

La prima volta è stato con Sofia. Ho letto due sole pagine e me ne sono innamorata. Poi ho percorso il fiume al contrario, sono arrivata ai suoi primi racconti. Mi ha sempre colpito il suo stile, così dannatamente preciso. Eccolo, il cavallo di battaglia di Cognetti: quell'incredibile precisione delle parole. Sulla pagina si dischiudono come fiori.
"Le otto montagne" è il suo primo romanzo. Valeva la pena di aspettare che sperimentasse prima con i racconti se questo è il risultato: duecento pagine di meraviglie. Sono le meraviglie del paesaggio, prima di tutto. Ogni valle, ogni fiume, ogni cima ce la descrive come una cartolina. Siamo accanto a Pietro ad ogni passo, abbiamo il suo mal di montagna appena l'aria tende a rarefarsi, sbuchiamo dalla nebbia, salendo, e il sole ci coglie in piena faccia, ci stupiamo insieme a lui della maestosità della natura.
Le altre meraviglie sono quelle umane. Perché sebbene la montagna sia la calamita, i personaggi di Cognetti ci gravitano intorno. Pietro si allontana sempre, ma la sua base sicura è sicuramente lì, in mezzo al nulla, nella sua casa con due grandi finestre come occhi sul lago. Lì riesce a costruire forse l'unico legame davvero forte della sua vita, quello con Bruno, un montanaro. Bruno è quello che resta, Pietro quello che torna. Il romanzo gira attorno a questi due ragazzi, che piano piano si trasformano in uomini, ognuno con il proprio carattere, ognuno con le proprie attitudini, ma entrambi innamorati di un posto che  ci viene dipinto con purezza.

Inutile dire che mi ha fatto venire voglia di mollare tutto e andarmene in montagna. Io che amo la vita comoda e detesto il freddo. Quando uno scrittore riesce a trasmettere l'amore pagina dopo pagina, quando te lo inietta nella mente, allora è un bravo scrittore. Come Paolo Cognetti. 







martedì 7 febbraio 2017

Tutti tranne Giulia, Michela Tilli

La trama è molto semplice: Giulia, insegnante di mezza età, madre di due splendidi figli e donna sposata che conduce una vita apparentemente senza problemi, si suicida.  Michela Tilli ci racconta cosa succede a chi resta, la famiglia in primis, ma anche il suo psicoterapeuta, Da Col, la sua migliore amica, Donata e il maresciallo Di Pietro, incaricato di condurre le indagini sul caso. Tutti vengono segnati da questa nuova assenza, tutti dovranno venirne a patti. Tutti dovranno cercare di scoprire la loro verità per poter continuare a vivere.
Ed è proprio una grande riflessione sul significato della vita, questo libro, che parte dalla sua negazione, la morte, ma la allontana e la avvicina continuamente, così da farci comprendere che non si può parlare del bianco se non si conosce il nero. Ho trovato molto bello avere l'opportunità di vedere come le vite di questi personaggi vadano avanti proprio grazie a questo evento di per sé tragico. Come si trasformino in coraggio di vivere, proprio perché faccia a faccia con la morte. Ma nessuno di loro riflette mai direttamente su questo punto.  Ed è questa la sottigliezza più bella del romanzo. Forse non sarà niente di nuovo, ma questo non rientra nella mia forma mentis di lettrice. Non è mai il cosa per me.
Quindi si passa al come.  E le cose si complicano.
Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo libro, che ha un incipit banale dal punto di vista stilistico. La prosa dell'autrice spesso è piatta, priva di emozione e ciò stride spesso con ciò che vuole dire, che invece per avere un certo spessore dovrebbe caricarsi di patos. Ma spesso non significa sempre ed è qui che sono rimasta imbrigliata. Ci sono pagine davvero molto belle, ricche di poesia. E non solo quella che la defunta lascia segretamente in eredità. Riesce, anche se non pienamente, a coinvolgerti.  Forse avrei avuto meno fretta di scriverlo, questo romanzo. Forse, dico forse, qualche revisione in più l'avrei fatta. Avrei limato le parole, tolto qualche parte didascalica, alleggerito alcuni punti, indagato meglio nelle anime dei personaggi, che spesso restano un po' caricaturali. Ma in generale devo dire che non mi è dispiaciuto. Mi ha fatto riflettere e questo lo trovo il suo punto forte. 

Insomma, devo dire che è comunque il mio genere e se mi capiterà leggerò ancora qualcosa di questa autrice.







giovedì 5 gennaio 2017

Per me non esiste altro, Bernard Malamud

La scrittura come arte, la scrittura come indagine dell'uomo e di se stessi, la scrittura come vita. Sono questi i nodi che compaiono e si sciolgono in questo breve libro dove Francesco Longo ci guida attraverso le parole di Malmud per condurci nella sua stanza segreta, quella in cui uno scrittore è meglio che vada ed è meglio che stia lì dentro e scriva.
Malamud ci offre una panoramica sulla vocazione, sull'immaginazione, sulla moralità della scrittura, sul simbolo di un buon romanzo e lo fa con precisione e chiarezza, consigliandoci come farebbe un padre.
Una delle riflessioni più belle parte dal principio che regge la letteratura, che vede come un modo per arrivare alla comprensione di se stessi e metterci in comunicazione con gli altri esseri umani.  Quindi scrivere ricordandoci dell'anima e dell'umanità dei personaggi, prima di tutto. Essere onesti. L'onestà nella scrittura è una vera e propria legge scritta sulla tavola.  E poi lo stile, che sia libero e sopratutto preciso.
Ogni volta che leggo un saggio di questo tipo la voglia di mettermi alla tastiera è talmente forte che vorrei alzarmi anche in piena notte, e forse è proprio per questo motivo che li leggo. Per ricordare a me stessa che non è del tutto inutile quello che sto facendo. Che il patto fatto con me stessa ha valore, anche se ogni giorno mi chiedo se io abbia il talento. E che provarci, comunque, non è mai una perdita di tempo. Leggere Malamud mi ha confermato che scrivere è un'indagine, di se stessi  e del mondo. È un modo per venire a patti con la vita. E la fatica e a volte il dolore verranno ripagati con la consapevolezza.

Per me non esiste altro, dice. La sintesi di una storia d'amore comune a molti. 





mercoledì 4 gennaio 2017

Canto della pianura, Kent Haruf

Di nuovo a Holt. Di nuovo in questo mondo che profuma di erba appena tagliata e dolci d'avena fatti in casa. Che però odora anche di sangue delle bestie, di birra e sudore.  Il sole illumina allo stesso tempo il terreno ghiacciato dall'inverno e il volto dei bambini che consegnano i giornali nelle prime ore del mattino. È lo specchio della vita, questo libro, la vita che cresce nella pancia di Victoria, così desiderata nonostante le avversità, è la vita di due uomini rudi e solitari che cambia all'improvviso, è la vita di un uomo che ricomincia ad amare ed è quella di due bambini che scoprono il mondo crescendo, che scoprono, appunto, la vita e la morte.
Per celebrare la vita che nasce Haruf mette molte madri tra le pagine. Victoria, che ha soli diciassette anni, Ella, che, depressa, prende la difficile decisione di che lasciare i suoi bambini, la vecchia signora Stearns, che muore nella solitudine della propria casa rimpiangendo il figlio scomparso in Marina. Ma anche la signora Beckam, che insulta e aggredisce chiunque si metta contro il suo ragazzo. E poi c'è un'altra donna, una donna che non ha figli, la signorina Maggie Jones, forse quella che più di tutte incarna la figura materna.
Davvero unici questi personaggi, buoni nelle loro singolarità, generosi nel loro egoismo, giusti nella loro ingiustizia. In una parola: veri. Le loro esistenze si intrecciano, si uniscono contro fronti comuni, rendendoci partecipi del loro mondo. Di più: desiderosi di esserlo.
Non dimentico di aggiungere, anche qui, come in Benedizione, la trappola della provincia, con i suoi pro e i suoi contro, un tema trattato con intelligenza che tocca praticamente  ogni pagina. I pettegolezzi che rischiano di turbare la pace si contrappongono alle generose mani della comunità rurale di Holt, sempre pronta ad aiutare, a consolare, a farti sentire il suo caldo abbraccio.
Di nuovo la prosa di Haruf mi colpisce nella sua elementare complessità. Ricorda la melodia che compare nel titolo, Plainsong, un canto semplice, senza strumenti, ma di grande effetto. E anche le grida di dolore sembrano scomparire nel vento di questo gelido inverno.
Del Canto della pianura dispiace solo una cosa: che duri così poco, che l'incanto svanisca terminata l'ultima pagina, riportandoti alla realtà.
Ma questo è il male di ogni libro.






martedì 20 dicembre 2016

Io odio John Updike, Giordano Tedoldi

Una raccolta di racconti e un romanzo. Sono queste a oggi le fatiche di Tedoldi, scrittore romano del 1971.
Passo di nuovo in rassegna i titoli dei suoi racconti inclusi nella raccolta Io Odio John Updike che ho appena terminato. Bathos, DB9, L'amore freddo... mi chiedo cosa mi abbiano lasciato. Tra le righe si può leggere una strana violenza, verso l'uomo e la società. A prima vista potrebbe sembrare un Bukowski alla romana, peccato che il nostro autore sia un pariolino e l'associazione non regga, quindi.
Tedoldi ha un linguaggio studiato, una voce un po' cupa e  la struttura dei suoi racconti non è lineare. Questo non necessariamente è un male, perlomeno per me, ma la valanga di parole che lascia in queste pagine sembra piuttosto  lo sfogo di un ragazzino ricco, viziato e annoiato. E con molta probabilità lo è. Non mi risulta affatto simpatico e non mi fa fare salti di gioia.
Ogni singolo racconto difetta di un particolare a cui io, lettrice, sono particolarmente attenta: le emozioni. Non c'è amore, in queste pagine. Lo sguardo verso il mondo è vitreo, assente. I suoi protagonisti sono passivi, latenti. Mi stupisce quindi il clamore che si è fatto attorno a questo libro.

Ma forse il mio è un giudizio personale. Ho provato una vera e propria stizza  leggendo, cosa che mi non capita di frequente. Magari era questo l'intento di Tedoldi? Tutto è possibile, anche se resta fermo un punto: questi racconti non mi hanno lasciato nulla, non mi hanno coinvolto, e questo segna un punto a sfavore per lo scrittore romano.  






venerdì 9 dicembre 2016

Benedizione, Kent Haruf

Una sera mi trovavo a casa di amici, cari amici, un gruppo di scrittura con cui ho un legame molto particolare. Uno degli ospiti , Athos Bigongiali, mi ha suggerito questo libro, piuttosto sicuro che mi sarebbe piaciuto. Non era la prima volta che ne sentivo parlare. Un caso letterario, mi aveva detto un altro caro amico, una casa editrice praticamente sconosciuta. Durante il festival della Letteratura di Mantova, proprio nello stand dedicato ai consigli del libraio, eccolo di nuovo lì, con il bollino rosso. Non sono riuscita più ad ignorarlo e me lo sono portato a casa insieme al Lambrusco e alla Sbrisolona. L'ho posato accanto agli altri e ho atteso che venisse il suo turno. Me lo sono portato dietro una sera mentre aspettavo il turno dal dentista. Ed ecco la rivelazione: come d'incanto Haruf mi ha trascinato ad Holt, il paesino di provincia dove si svolge questo libro. Ero al capezzale di Dad,  insieme a Mary,  ho conosciuto Alice, la piccola orfana della casa accanto, ho tifato per Lyle, il reverendo anticonformista che proclama il perdono in tempo di guerra al terrorismo. Questi personaggi sono persone. Ed è qui che la bravura di Haruf si distingue. Ti fa amare questa gente, che diventa la tua gente, sebbene tu non abbia una ranch accanto a loro, sebbene tu non vada in chiesa con loro la domenica. Eppure è tutto così familiare, non già visto, ma vicino al cuore. Davvero un autore fantastico, che con una prosa lieve racconta queste vite banali, quotidiane, ma lo fa in punta di piedi, quasi senza voler disturbare l'incanto che lui stesso crea. Gestisce i problemi morali senza mentire, ci rivela il bene che esiste nell'uomo senza escludere il male.
Un equilibrio davvero da numeri uno.

Inutile dire che non potrò evitare gli altri due libri. 






mercoledì 30 novembre 2016

Carne viva, Merritt Tierce

Già il titolo di questo libro dice molto. È la carne viva che si contrappone a quella morta servita nei piatti che Marie porta su e giù ogni sera durante il suo turno al Ristorante. Ma è anche e sopratutto la carne che vuole essere viva, che lo desidera così intensamente da far male. L'unica soluzione per Marie è allora farsene di più, spingersi oltre per non sentire più quel dolore. Dopotutto il dolore della carne è più sopportabile di quello che porta dentro.
Una vita cominciata con il piede giusto, la sua: voti alti a scuola e la prospettiva  di un futuro brillante. Tutto però finisce presto, a 17 anni, quando rimane incita e partorisce una figlia. Sposa il padre della bambina, un uomo che la ama, che farebbe di tutto per quella nuova, piccola famiglia. Ma a Marie non basta. Oppure non ne è proprio capace. Spingerà la sua vita al limite, tra droghe alcol e sesso, in un oscillare continuo tra vita e morte, desiderio e angoscia.
Le quinte di questa storia sono un Ristorante, con la R maiuscola, uno qualsiasi, uno dei tanti in cui Marie ha lavorato, dove si intrecciano le vite di lavapiatti messicani e camerieri africani. E ragazze americane che ancora non sanno cosa fare con la propria vita, letteralmente.  Ed ecco che lavorare crea quello spazio grigio, di non pensiero, che calma e appaga, nonostante la stanchezza fisica e le umiliazioni subite da uomini che le danno pacche sul sedere o la chiamano Stellina.
Un romanzo d'esordio che colpisce, questo della Tierce, e una prosa al limite del glaciale. Ma non potrebbe essere altrimenti. Non si può descrivere la disperazione in modo disperato. La si può porgere su un piatto e aspettare solo che qualcuno la noti, senza pretenderlo.

Un libro che coinvolge, non ti molla. Perfetto nella sua imperfezione.



martedì 7 luglio 2015

I racconti della birra, AA.VV.



Chiamata anche la bevanda dei re, la birra è forse l' alcolico più antico e diffuso al mondo. Ed è proprio per celebrare questo nettare rinfrescante che la casa editrice Marchetti, insieme al Birrificio Artigianale Toscano, ha voluto creare questa piccola antologia che raccoglie ventisei racconti brevi di scrittori esordienti. Tutti, rigorosamente, a tema birra. Così tra le pagine scopriamo che ci sono ricordi d'infanzia che resteranno sempre nel cuore, che la storia della scoperta della gravità in realtà è un po' diversa da come la apprendiamo sui libri e che l'amicizia è fatta sopratutto di cose semplici, come dividere un bicchiere di scura. Stili e generi diversi si incontrano per creare un libro ricco di emozioni. Apre la raccolta  Athos Bigongiali, la cui sottile ironia non delude mai. 




mercoledì 1 luglio 2015

Anna Karenina, Lev Tolstoj

Le famiglie felici si somigliano sempre l'una con l'altra: ogni famiglia infelice lo è in un modo particolare.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie aveva saputo che era in intime relazioni con una giovane governante francese che era stata da loro e gli aveva dichiarato che non poteva più vivere nella stessa casa con lui. Questa situazione si protraeva già da tre giorni e ne risentivano il malessere marito, moglie, l'intera famiglia e perfino i domestici. Tutti si accorgevano che quel loro vivere uniti non aveva più senso e che fra persone incontratesi per caso in un albergo c'era più coesione che fra i membri della famiglia Oblonskij.



Foto: Francesco Romoli

venerdì 24 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte 3

Pasolini e il Nuovo potere- Parte 1

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte2

Ma non è un intellettuale rinunciatario e pessimista, Pasolini. Tutt'altro. Potremmo definirlo un vero e proprio combattente. La sua nostalgia, lo ribadisce spesso, non è un modo per bloccarsi e arrendersi, facendosi imbrigliare dalle trame del Potere. È piuttosto  una ricerca continua della strada per contrastarlo.  Con Petrolio ( ma già anche parzialmente con la Divina Mimesis e con Teorema) Pasolini cerca di trovare un sistema per forare la rete costruita dal Potere e che interviene nel campo specifico della Letteratura. Cerca di portarsi fuori dal paradosso tentando non di fare un romanzo che esca dagli schemi del romanzo, ma di creare qualcosa di nuovo, che sia quasi non riconoscibile come letteratura. Una forma, appunto:
«È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri[...]Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo umilmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori»[1].
Questo uscire dal gioco della letteratura, utilizzando la parola diretta, ovvero una parola che sia pensiero e azione, una parola ancora forte, significa per Pasolini uscire dal gioco del Potere e renderlo così visibile. Riuscendo appunto a risolvere il paradosso.
Ma il segreto del Potere è anche nascosto nella violenza che caratterizza gli anni settanta italiani. Ogni atto criminale necessita di responsabili. Coloro che hanno contribuito, assecondando il Potere, che questo entrasse e cambiasse le menti della popolazione.  I cittadini italiani vogliono sapere, afferma: vogliono sapere la verità sui disastri edilizi, sui cosiddetti "golpe"fascisti, sui ruoli del Sifar e del Sid, della Cia e della Mafia. E le vogliono sapere, aggiunge, tutte insieme. Ed ecco che quindi scrive "Il processo", dove condanna coloro che hanno governato il Paese dal dopoguerra al 1975. Questo per rivelare «ai cittadini italiani qualcosa di essenziale per la loro esistenza, cioè questo: i potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent'anni precedenti(traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più ( e non sa più) cosa farsene di loro[2]». Questo perché «il contesto in cui governare non è più quello clerico-fascista[3]». Il fascismo infatti, il vecchio potere, aveva governato l'Italia solo esteriormente,dominandola e non riuscendo a scalfirla. Il regime odierno invece è un regime democratico, ma quella acculturazione che il Nuovo Potere, cioè la società dei consumi, ha creato distrugge e annienta i vari modi di essere uomini.
Niente è più anarchico del Potere, afferma. Il Potere fa ciò che vuole e quello che vuole è dettato da ragioni economiche. Il Potere non vuole più un bravo cittadino o un bravo soldato, ma semplicemente un consumatore, che sia imprevidente, laico,edonista. Pasolini si propone come un arrabbiato in un'Italia dove esistono solo piccole rabbie perché esiste solo una piccola borghesia. Ed è l'unico modo per lui di avere ancora un senso come poeta. Le stesse polemiche, gli scandali, le denuncie, seppur dolorose, sono il rischio che il poeta corre per essere ancora un poeta. Drammaticamente anche la sua morte si pone in questa ottica. E Poeta delle ceneri sembra quasi un testamento:
«Perciò io vorrei soltanto vivere
Pur essendo poeta
Perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
O sarò poeta di cose.
Le azioni della vita saranno solo comunicate,
e saranno esse, la poesia,
poiché, ti ripeto,
non c'è altra poesia che l'azione reale»[4]





[1] PIER PAOLO PASOLINI; "Petrolio", Lettera a Moravia, p. 579
[2] PIER PAOLO PASOLINI; "Il processo", Corriere della sera, 1975

[3] ibid
[4] PIER PAOLO PASOLINI; "Poeta delle ceneri"


giovedì 9 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere - Parte 2

Pasolini e il Nuovo Potere-Parte 1


Nel 1973, in un articolo sul "Tempo illustrato"[1], criticando i temi di italiano dati all'esame di maturità dello stesso anno, scrive: «La restaurazione o rivoluzione reale cominciata nel 1971-1972[...] è in realtà una rivoluzione. [...]Essa tende a cancellare il passato, con i suoi "padri", le sue religioni, le sue ideologie e le sue forme di vita(ridotte oggi a mera sopravvivenza). Questa rivoluzione di destra, che ha distrutto prima di ogni cosa la destra, è avvenuta fattualmente, pragmaticamente. Attraverso una progressiva accumulazione di novità (dovute quasi tutte all'applicazione della scienza): ed è cominciata dalla rivoluzione silenziosa delle infrastrutture». La civiltà tecnologica, voluta dal Nuovo Potere, ha generato un nuovo mondo distruggendo le vecchie istituzioni sociali, quali la famiglia, cultura, la lingua, la Chiesa. Anche « la "vera" tradizione umanistica[...] viene distrutta dalla nuova cultura di massa e dal nuovo rapporto che la tecnologia ha istituito -con prospettive ormai secolari- tra prodotto e consumo»[2].
Scompaiono dunque non solo le culture originali e differenziate del mondo contadino e sottoproletario, ma anche la borghesia paleoindustriale. Tutte queste classi vengono unificate e omologate per creare una nuova borghesia, completamente dedita al consumo. Nel 1975, poco prima di morire, afferma che in Italia tutti sono diventati borghesi, anche se le differenze continuano a sussistere economicamente: esiste cioè una classe borghese povera e una ricca. La scomparsa delle minoranze e delle diversità, dei particolarismi e della realtà, va di pari passo con la scomparsa dei sorrisi e della felicità. Parla di genocidio delle classi subalterne, voluto dalla società dei consumi e coadiuvato dai giovani, i quali hanno compiuto una vera e propria abiura dei modelli precedenti di vita.
  Ma, ancor più tragico per un poeta, Pasolini assiste all'impoverimento progressivo della lingua. Il linguaggio è stato segnato anch'esso dall'omologazione, spesso diventando puro tecnicismo. L'italiano è stata una lingua esclusivamente letteraria per secoli e il centro era Firenze, grazie ad artisti come Dante o Boccaccio.  Ma dopo la fine della guerra ha subito un cambiamento: il centro non è più letterario e non è più Firenze, bensì è tecnico-tecnologico ( basti pensare, afferma, alla parola "frigorifero", utilizzata in tutta Italia nello stesso identico modo) e ha come capo Milano. A questo radicale cambiamento contribuiscono i giornali, l'accrescimento delle infrastrutture e, sopratutto, la televisione. Il Nuovo Potere si serve degli strumenti della tecnologia in maniera subdola. È una violenza non esplicita e per questo  ancor più pericolosa perché invisibile o quasi. La televisione ha contribuito a diffondere l'ideologia reale del potere che si fonda sull'edonismo del potere consumistico e crea vittime innocenti, come ad esempio la Marylin Monroe ritratta ne "La rabbia", la «sorellina ubbidiente», la cui «bellezza sopravvissuta dal mondo antico, richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente, divenne un male mortale».
 «I mezzi però non sono niente» afferma Pasolini, «sono strumenti neutri. Ma appena se ne impadroniscono i mediatori della cultura di massa ecco che oltrepassano la loro funzione di strumenti, che si "divinizzano": se ne fanno una "divinità" al servizio del culto del Potere e del Denaro[3]». Attraverso la televisione i "modelli" non vengono parlati, ma rappresentati. Sono modelli tali da rendere la gioventù più indifesa criminale o criminaloide. «È stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo) concluso l'era della pietra e iniziato l'era dell'edonè[4]». La proposta di Pasolini per eliminare la criminalità è quella provocatoria di abolire la televisione. Così come propone di abolire la scuola dell'obbligo, in quanto scuola di iniziazione alla cultura piccolo-borghese, fatta di nozionismo statico e moralismo. La criminalità è una conseguenza diretta del modo di essere della società dei consumi: «il consumismo ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra bene e male[5]».
  Lo scrittore prende atto dolorosamente  di una vera e propria afasia, cioè una perdita delle capacità linguistiche. «Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi - di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica. Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma, per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica; o si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fosse facilmente parlabile - ci si esprime come nei libri stampati - oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola; si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro»[6]. 
Parlando della generazione dei giovani contestatori afferma: «Credo di poter affermare che  una delle ragioni essenziali della grande inquietudine dei giovani di oggi è appunto l'ignoranza di cui si compiacciono; direi anzi una certa qualità di ignoranza[7]». Rifiutano una cultura plasmata allo stampo del mondo preindustriale, i cui ideali non sono più adatti agli imperativi dell'esistenza moderna. Paradossalmente, essi «lottano contro questo neocapitalismo, ma in effetti ubbidiscono a loro insaputa alle sue esigenze sacrileghe[8]». Non innovano nel quadro della cultura paterna, ma la rifiutano.
La perdita di linguaggio per Pasolini coincide drammaticamente con la perdita della propria poetica. È la perdita di un mondo poetico quella che l'autore rimpiange, il mondo da lui descritto già in "Ragazzi di vita" o filmato in "Accattone", dove « er mondo è de chi c'ha li denti». Perso il particolarismo dialettale, l'autore sente di non avere più una lingua con cui rappresentare il mondo e non è più capace di identificarsi con esso. Il cinema per Pasolini è stato una scelta di linguaggio: girando i primi film ricorreva al linguaggio naturale della realtà. Finita la realtà così come lui la aveva amata ( la realtà del sottoproletariato, del mondo contadino) il poeta si trova perduto e costretto a inventare una nuova poetica, una poetica fatta di pluralità di scritture e ben rappresentata da Petrolio, quella forma-progetto dove l'oggetto estetico non conta più. Il Nuovo Potere gli ha tolto una lingua con cui rappresentare il mondo. E Pasolini non può fare altro che rappresentarlo in modo tragico e carico di nostalgia, come ne La Rabbia.




[1] PIER PAOLO PASOLINI; "P:giudica i temi di italiano", Tempo illustrato, 1973. Ora in Scritti corsari con il titolo"La prima vera rivoluzione di destra", pp. 17-21
[2] Ibid.
[3] PIER PAOLO PASOLINI; "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[4] PIER PAOLO PASOLINI, "Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo", Corriere della sera, 1975
[5] Ibid.
[6] PIER PAOLO PASOLINI, "Il genocidio", Scritti Corsari, pp. 226-231
[7] PIER PAOLO PASOLINI, "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[8] Ibid.