Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
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martedì 19 giugno 2018

Con un abbraccio senza tempo - Agota Kristof

Non riesco ad abbassare le braccia
da quando ti ho abbracciato
lo so sei ancora qui si è chiusa
la porta alle tue spalle eppure
tengo il tuo corpo tra le braccia

Lo so sei ancora qui immobile
Sto in piedi le ali nere del tempo
hanno già attraversato anni
dal suo oscuro passaggio furtivo
è scappato un minuto

Con un abbraccio senza tempo
da quando ti ho abbracciato
non riesco ad abbassare le braccia
sono immobile statua centenaria
chiuso tra le mie braccia di pietra
so che sei ancora qui




Foto: Francesco Romoli 


venerdì 2 dicembre 2016

Residui - Carlos Drummond de Andrade



Di tutto è rimasto un poco,

Della mia paura. Del tuo ribrezzo.


Dei gridi blesi. Della rosa

è rimasto un poco.


È rimasto un poco di luce

captata nel cappello.

Negli occhi del ruffiano

è restata un po' di tenerezza

(molto poco)


Poco è rimasto di questa polvere

che ti coprì le scarpe

bianche. Pochi panni sono rimasti,

pochi veli rotti,

poco, poco, molto poco.


Ma d'ogni cosa resta un poco.

Del ponte bombardato,

delle due foglie d'erba,

del pacchetto

- vuoto - di sigarette, è rimasto un poco


Che di ogni cosa resta un poco.

È rimasto un po' del tuo mento

nel mento di tua figlia.


Del tuo ruvido silenzio

un poco è rimasto, un poco

sui muri infastiditi,

nelle foglie, mute, che salgono.


È rimasto un po' di tutto

nel piattino di porcellana,

drago rotto, fiore bianco,

di rughe sulla tua fronte,

ritratto.


Se di tutto resta un poco,

perché mai non dovrebbe restare

un po' di me? Nel treno

che porta a nord, nella nave,

negli annunci di giornale,

un po' di me a Londra,

un po' di me in qualche dove?

nella consonante?

nel pozzo?


Un poco resta oscillando

alla foce dei fiumi

e i pesci non lo evitano,

un poco: non viene nei libri.


Di tutto rimane un poco.

Non molto: da un rubinetto

stilla questa goccia assurda,

metà sale e metà alcool,

salta questa zampa di rana,

questo vetro di orologio

rotto in mille speranze,

questo collo di cigno,

questo segreto infantile...

Di ogni cosa è rimasto un poco:

di me; di te; di Abelardo.

Un capello sulla mia manica,

di tutto è rimasto un poco;

vento nelle mie orecchie,

rutto volgare, gemito

di viscere ribelli,

e minuscoli artefatti:

campanula, alveolo, capsula

di revolver... di aspirina.

Di tutto è rimasto un poco.

E di tutto resta un poco.

Oh, apri i flacone di profumo

e soffoca

l'insopportabile lezzo della memoria.


Ma di tutto, terribile, resta un poco,

e sotto le onde ritmate,

e sotto le nuvole e i venti

e sotto i ponti e sotto i tunnel

e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo

e sotto il muco e sotto il vomito

e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato

e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto

e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti

e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi

e sotto i cardini della famiglia e della classe,

rimane sempre un poco di tutto.

A volte un bottone. A volte un topo.



Foto: Alessia Zanzi

mercoledì 9 dicembre 2015

31 - Emily Dickinson

Che io sia per te l'Estate
quando i giorni d'Estate saranno lontani!
La tua musica ancora, quando l'Allodola
e il Pettirosso - taceranno!

Fiorire per te, sorvolerò la tomba
e seminerò i miei boccioli!
Ti prego di raccogliermi-
      Anemone-
Tuo fiore - per sempre!



giovedì 19 novembre 2015

Il giardino d'amore - William Blake

Nel Giardino D'amore un giorno entrai
e vidi cosa mai veduta prima:
una Cappella eretta proprio al centro
del prato ove ero solito giocare.

Essa aveva cancelli ben sprangati,
"Tu non devi" era scritto sulla soglia;
io al Giardino d'Amore mi rivolsi,
che tanti fiori aveva generato;

e lo vidi di tombe tutto ingombro,
e al posto dei fiori v'eran lapidi;
e Preti neri intorno ad imbrogliare
tra spini i miei piaceri e desideri.



Foto: Alessia Zanzi

domenica 9 agosto 2015

Sensazione - Arthur Rimbaud



Le sere azzurre d'estate, andrò per i sentieri,

Punzecchiato dal grano, a calpestare erba fina:

Trasognato, ne sentirò la freschezza ai piedi.

Lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.



Non parlerò, non penserò a niente:

Ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,

E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,

Nella Natura, - felice come con una donna.



Foto: Alessia Zanzi



venerdì 24 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte 3

Pasolini e il Nuovo potere- Parte 1

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte2

Ma non è un intellettuale rinunciatario e pessimista, Pasolini. Tutt'altro. Potremmo definirlo un vero e proprio combattente. La sua nostalgia, lo ribadisce spesso, non è un modo per bloccarsi e arrendersi, facendosi imbrigliare dalle trame del Potere. È piuttosto  una ricerca continua della strada per contrastarlo.  Con Petrolio ( ma già anche parzialmente con la Divina Mimesis e con Teorema) Pasolini cerca di trovare un sistema per forare la rete costruita dal Potere e che interviene nel campo specifico della Letteratura. Cerca di portarsi fuori dal paradosso tentando non di fare un romanzo che esca dagli schemi del romanzo, ma di creare qualcosa di nuovo, che sia quasi non riconoscibile come letteratura. Una forma, appunto:
«È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri[...]Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo umilmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori»[1].
Questo uscire dal gioco della letteratura, utilizzando la parola diretta, ovvero una parola che sia pensiero e azione, una parola ancora forte, significa per Pasolini uscire dal gioco del Potere e renderlo così visibile. Riuscendo appunto a risolvere il paradosso.
Ma il segreto del Potere è anche nascosto nella violenza che caratterizza gli anni settanta italiani. Ogni atto criminale necessita di responsabili. Coloro che hanno contribuito, assecondando il Potere, che questo entrasse e cambiasse le menti della popolazione.  I cittadini italiani vogliono sapere, afferma: vogliono sapere la verità sui disastri edilizi, sui cosiddetti "golpe"fascisti, sui ruoli del Sifar e del Sid, della Cia e della Mafia. E le vogliono sapere, aggiunge, tutte insieme. Ed ecco che quindi scrive "Il processo", dove condanna coloro che hanno governato il Paese dal dopoguerra al 1975. Questo per rivelare «ai cittadini italiani qualcosa di essenziale per la loro esistenza, cioè questo: i potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent'anni precedenti(traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più ( e non sa più) cosa farsene di loro[2]». Questo perché «il contesto in cui governare non è più quello clerico-fascista[3]». Il fascismo infatti, il vecchio potere, aveva governato l'Italia solo esteriormente,dominandola e non riuscendo a scalfirla. Il regime odierno invece è un regime democratico, ma quella acculturazione che il Nuovo Potere, cioè la società dei consumi, ha creato distrugge e annienta i vari modi di essere uomini.
Niente è più anarchico del Potere, afferma. Il Potere fa ciò che vuole e quello che vuole è dettato da ragioni economiche. Il Potere non vuole più un bravo cittadino o un bravo soldato, ma semplicemente un consumatore, che sia imprevidente, laico,edonista. Pasolini si propone come un arrabbiato in un'Italia dove esistono solo piccole rabbie perché esiste solo una piccola borghesia. Ed è l'unico modo per lui di avere ancora un senso come poeta. Le stesse polemiche, gli scandali, le denuncie, seppur dolorose, sono il rischio che il poeta corre per essere ancora un poeta. Drammaticamente anche la sua morte si pone in questa ottica. E Poeta delle ceneri sembra quasi un testamento:
«Perciò io vorrei soltanto vivere
Pur essendo poeta
Perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
O sarò poeta di cose.
Le azioni della vita saranno solo comunicate,
e saranno esse, la poesia,
poiché, ti ripeto,
non c'è altra poesia che l'azione reale»[4]





[1] PIER PAOLO PASOLINI; "Petrolio", Lettera a Moravia, p. 579
[2] PIER PAOLO PASOLINI; "Il processo", Corriere della sera, 1975

[3] ibid
[4] PIER PAOLO PASOLINI; "Poeta delle ceneri"


giovedì 9 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere - Parte 2

Pasolini e il Nuovo Potere-Parte 1


Nel 1973, in un articolo sul "Tempo illustrato"[1], criticando i temi di italiano dati all'esame di maturità dello stesso anno, scrive: «La restaurazione o rivoluzione reale cominciata nel 1971-1972[...] è in realtà una rivoluzione. [...]Essa tende a cancellare il passato, con i suoi "padri", le sue religioni, le sue ideologie e le sue forme di vita(ridotte oggi a mera sopravvivenza). Questa rivoluzione di destra, che ha distrutto prima di ogni cosa la destra, è avvenuta fattualmente, pragmaticamente. Attraverso una progressiva accumulazione di novità (dovute quasi tutte all'applicazione della scienza): ed è cominciata dalla rivoluzione silenziosa delle infrastrutture». La civiltà tecnologica, voluta dal Nuovo Potere, ha generato un nuovo mondo distruggendo le vecchie istituzioni sociali, quali la famiglia, cultura, la lingua, la Chiesa. Anche « la "vera" tradizione umanistica[...] viene distrutta dalla nuova cultura di massa e dal nuovo rapporto che la tecnologia ha istituito -con prospettive ormai secolari- tra prodotto e consumo»[2].
Scompaiono dunque non solo le culture originali e differenziate del mondo contadino e sottoproletario, ma anche la borghesia paleoindustriale. Tutte queste classi vengono unificate e omologate per creare una nuova borghesia, completamente dedita al consumo. Nel 1975, poco prima di morire, afferma che in Italia tutti sono diventati borghesi, anche se le differenze continuano a sussistere economicamente: esiste cioè una classe borghese povera e una ricca. La scomparsa delle minoranze e delle diversità, dei particolarismi e della realtà, va di pari passo con la scomparsa dei sorrisi e della felicità. Parla di genocidio delle classi subalterne, voluto dalla società dei consumi e coadiuvato dai giovani, i quali hanno compiuto una vera e propria abiura dei modelli precedenti di vita.
  Ma, ancor più tragico per un poeta, Pasolini assiste all'impoverimento progressivo della lingua. Il linguaggio è stato segnato anch'esso dall'omologazione, spesso diventando puro tecnicismo. L'italiano è stata una lingua esclusivamente letteraria per secoli e il centro era Firenze, grazie ad artisti come Dante o Boccaccio.  Ma dopo la fine della guerra ha subito un cambiamento: il centro non è più letterario e non è più Firenze, bensì è tecnico-tecnologico ( basti pensare, afferma, alla parola "frigorifero", utilizzata in tutta Italia nello stesso identico modo) e ha come capo Milano. A questo radicale cambiamento contribuiscono i giornali, l'accrescimento delle infrastrutture e, sopratutto, la televisione. Il Nuovo Potere si serve degli strumenti della tecnologia in maniera subdola. È una violenza non esplicita e per questo  ancor più pericolosa perché invisibile o quasi. La televisione ha contribuito a diffondere l'ideologia reale del potere che si fonda sull'edonismo del potere consumistico e crea vittime innocenti, come ad esempio la Marylin Monroe ritratta ne "La rabbia", la «sorellina ubbidiente», la cui «bellezza sopravvissuta dal mondo antico, richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente, divenne un male mortale».
 «I mezzi però non sono niente» afferma Pasolini, «sono strumenti neutri. Ma appena se ne impadroniscono i mediatori della cultura di massa ecco che oltrepassano la loro funzione di strumenti, che si "divinizzano": se ne fanno una "divinità" al servizio del culto del Potere e del Denaro[3]». Attraverso la televisione i "modelli" non vengono parlati, ma rappresentati. Sono modelli tali da rendere la gioventù più indifesa criminale o criminaloide. «È stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo) concluso l'era della pietra e iniziato l'era dell'edonè[4]». La proposta di Pasolini per eliminare la criminalità è quella provocatoria di abolire la televisione. Così come propone di abolire la scuola dell'obbligo, in quanto scuola di iniziazione alla cultura piccolo-borghese, fatta di nozionismo statico e moralismo. La criminalità è una conseguenza diretta del modo di essere della società dei consumi: «il consumismo ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra bene e male[5]».
  Lo scrittore prende atto dolorosamente  di una vera e propria afasia, cioè una perdita delle capacità linguistiche. «Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi - di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica. Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma, per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica; o si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fosse facilmente parlabile - ci si esprime come nei libri stampati - oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola; si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro»[6]. 
Parlando della generazione dei giovani contestatori afferma: «Credo di poter affermare che  una delle ragioni essenziali della grande inquietudine dei giovani di oggi è appunto l'ignoranza di cui si compiacciono; direi anzi una certa qualità di ignoranza[7]». Rifiutano una cultura plasmata allo stampo del mondo preindustriale, i cui ideali non sono più adatti agli imperativi dell'esistenza moderna. Paradossalmente, essi «lottano contro questo neocapitalismo, ma in effetti ubbidiscono a loro insaputa alle sue esigenze sacrileghe[8]». Non innovano nel quadro della cultura paterna, ma la rifiutano.
La perdita di linguaggio per Pasolini coincide drammaticamente con la perdita della propria poetica. È la perdita di un mondo poetico quella che l'autore rimpiange, il mondo da lui descritto già in "Ragazzi di vita" o filmato in "Accattone", dove « er mondo è de chi c'ha li denti». Perso il particolarismo dialettale, l'autore sente di non avere più una lingua con cui rappresentare il mondo e non è più capace di identificarsi con esso. Il cinema per Pasolini è stato una scelta di linguaggio: girando i primi film ricorreva al linguaggio naturale della realtà. Finita la realtà così come lui la aveva amata ( la realtà del sottoproletariato, del mondo contadino) il poeta si trova perduto e costretto a inventare una nuova poetica, una poetica fatta di pluralità di scritture e ben rappresentata da Petrolio, quella forma-progetto dove l'oggetto estetico non conta più. Il Nuovo Potere gli ha tolto una lingua con cui rappresentare il mondo. E Pasolini non può fare altro che rappresentarlo in modo tragico e carico di nostalgia, come ne La Rabbia.




[1] PIER PAOLO PASOLINI; "P:giudica i temi di italiano", Tempo illustrato, 1973. Ora in Scritti corsari con il titolo"La prima vera rivoluzione di destra", pp. 17-21
[2] Ibid.
[3] PIER PAOLO PASOLINI; "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[4] PIER PAOLO PASOLINI, "Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo", Corriere della sera, 1975
[5] Ibid.
[6] PIER PAOLO PASOLINI, "Il genocidio", Scritti Corsari, pp. 226-231
[7] PIER PAOLO PASOLINI, "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[8] Ibid.





mercoledì 1 aprile 2015

#9

"Avendo sentito sin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia"
Eugenio Montale


Foto: Alessia Zanzi

mercoledì 25 marzo 2015

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte 1

Negli anni che vanno dal 1963, apice del cosiddetto "miracolo economico", e gli inizi degli anni ottanta, l'Italia è scossa da profondi mutamenti. Questa rivoluzione  vede cambiare gli italiani nel loro modo di vivere e lavorare, consumare e produrre, pensare e sognare. L'Italia apre le porte al Neocapitalismo. In questo clima Pasolini parla di un vero e proprio Nuovo Potere, un nuovo fascismo, ai più invisibile, nascosto tra le pieghe di un repentino e da tutti auspicato benessere.
Il Nuovo Potere di Pasolini è anch'esso un totalitarismo, come il vecchio potere clerico-fascista che lui ha ben conosciuto sotto Mussolini, ma l'autore non identifica questo potere solo dal punto di vista politico. È invece qualcosa che investe sopratutto il lato economico e sociale della società. Al contrario del vecchio fascismo, che aveva la faccia di un dittatore preciso, Mussolini, questo è un potere senza volto. «Scrivo "Potere" con la P maiuscola[...] solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere o chi lo rappresenti»[1]. È un potere da mille volti, uno dei quali viene rappresentato dall'autore in Petrolio attraverso il personaggio di Troya, ovvero il Cefis a capo dell'Eni dopo la morte di Mattei[2].
Il Nuovo Potere risiede infatti nella «totalizzazione stessa dei modelli industriali: come dire una sorta di conquista globale della mentalità tramite l'ossessione di produrre, di consumare, e vivere di conseguenza».[3]
Le sue caratteristiche sono l'abbandono del vecchio clelicarismo, la borghesizzazione forzata di contadini e sottoproletari, la scelta di attuare fino in fondo lo Sviluppo, trascurando però il Progresso. Distingue bene, Pasolini, questo rapporto senza equilibrio nei suoi scritti: coloro che spingono lo Sviluppo( questo Sviluppo in particolare, precisa, non lo sviluppo in generale) sono gli industriali, ovvero coloro che producono, la destra economica e non ideologica; gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra vogliono invece il Progresso. Mentre lo Sviluppo produce beni superflui, il Progresso vorrebbe produrre solo beni necessari. «Il "progresso" è dunque una nozione ideale(sociale e politica: là dove lo "sviluppo" è un fatto pragmatico ed economico»[4]. Lo Sviluppo si è formato nel contesto dell'industrializzazione borghese.«Ma l'idea del possesso e della conservazione, su cui si fonda la condanna della borghesia, non sono una caratteristica del vecchio mondo padronale? Mentre il nuovo mondo non si cura tanto di possedere e di conservare quanto di produrre e di consumare? »[5], si chiede l'autore.
Le conseguenze  di questa particolare dissociazione tra Sviluppo e Progresso sono drammatiche. La civiltà dei consumi ha fatto sì che avvenisse una vera e propria mutazione antropologica. La perdita di valori, quali l'amicizia, la dignità, l'onore, la virilità, la fiducia, ha toccato la società ( e i giovani, sopratutto) nel proprio modo di essere. Basta guardare, dice Pasolini. Sul Corriere della sera pubblica un articolo[6] dove dichiara che il fascismo non è più il fascismo tradizionale. I giovani chiamati "fascisti" sono culturalmente, psicologicamente, somaticamente, identici ai loro coetanei. L'omologazione culturale ha fatto sì che sparissero le differenze tra popolo e borghesia, operai e sottoproletari. L'imitazione, il conformismo, genera dei veri e propri mostri. Il conformismo è proprio uno dei punti critici del pensiero pasoliniano sul Nuovo Potere.
Nel suo romanzo postumo, Petrolio, questo è particolarmente evidente nella Visione del Merda.[7] Ogni paragrafo della Visione rappresenta un mutamento sociale in atto, che si identifica nel Modello chiuso dentro al tabernacolo all'interno di veri e propri gironi infernali. Il Merda e la sua fidanzata , Cinzia, viaggiano attraverso le strade della capitale, abbracciati, in silenzio perché «tra loro tutto è stato detto, e per quanto riguarda gli altri, la loro presenza basta a dire tutto»[8]. In rilevo qui la mimesi dei giovani nel vestire o nel pettinarsi ( tema già affrontato sul Corriere della sera con "Contro i capelli lunghi"[9]). Il Nuovo Potere manipola i corpi, afferma, come Himmler o Hitler, ma nel modo peggiore: trasformandone la coscienza, istituendo i valori del consumo che sono falsi e alienanti. Questa mimesi risulta però goffa e, sopratutto, nevrotizzante perché il giovane non riesce a realizzare i modelli imposti. Il problema della nervosi si ripercuote poi su tutto.
Questo nuovo fascismo, quindi, impone dall'alto, e tutto ciò che viene imposto dall'alto è più forte di ciò che viene dal basso. Impone i modelli, la cultura. E, paradossalmente, anche la tolleranza. Ma è una falsa tolleranza, che in un certo senso viene venduta alla società dei consumi. È un permissivismo concesso dall'alto e quindi revocabile a comodo. Questo è ben evidente nel contestato articolo sull'aborto che vide molte femministe  sul piede di guerra. L'articolo[10] parla proprio di «una libertà sessuale "regalata" dal potere» che dà come risultato «una vera e propria generale nevrosi». Il Merda e la sua ragazza, in Petrolio, sono i simboli di questa coppia eterosessuale a cui vengono concessi molti più diritti che in passato, anche al di fuori della convenzione matrimoniale. Ma «tale coppia», scrive Pasolini,  «viene presentata come un modello ossessivamente obbligatorio, esattamente alla stregua, per esempio, della coppia consumatore-automobile»[11]. Il mostro consumistico è un mostro bifronte,creato dal binomio Ragione-Pragma. È una la divinità della borghesia, una divinità che impone dall'alto e esclude le minoranze(tra cui anche gli omosessuali) dalla grande e nevrotica abbuffata.
La corsa ai beni superflui,  una novità in una storia italiana fatta di pane e miseria, ha portato alla corruzione, alla «selvaggia distruzione di valori», al «deterioramento antropologico, ecologico, civile»[12]. La democratizzazione derivante da questo esteso consumo dei beni, prosegue, ha portato all'appiattimento generale.




[1] PIER PAOLO PASOLINI; "Il potere senza volto", Corriere della sera, 1974. Ora in Scritti corsari con il titolo "Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo", pp. 45-50
[2] PIER PAOLO PASOLINI; "Petrolio", pp. 103-117
[3] PIER PAOLO PASOLINI; "Il sogno del centauro", intervista a cura di J.Duflot, p. 152
[4] PIER PAOLO PASOLINI, "Sviluppo e progresso", Scritti corsari, pp. 175-178
[5] PIER PAOLO PASOLINI, Teorema, p.195
[6] PIER PAOLO PASOLINI; "Gli italiani non sono più quelli", Corriere della sera. Ora in Scritti corsari con il titolo "Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia", pp. 39-44
[7] PIER PAOLO PASOLINI, "Petrolio", pp. 344-414
[8] Ibid.
[9] PIER PAOLO PASOLINI. Ora in Scritti corsari con il titolo " Il «Discorso» dei capelli", pp. 5-11
[10] PIER PAOLO PASOLINI; "Sono contro l'aborto", Corriere della sera, 1975. Ora in Scritti corsari con il titolo"Il coito, l'aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti"
[11] PIER PAOLO PASOLINI, "Il carcere e la fraternità dell'amore omosessuale", Il Mondo. Ora in Scritti corsari, pp. 197-202
[12] PIER PAOLO PASOLINI; "Il processo", Corriere della sera. Ora in Lettere luterane, pp. 129-139





giovedì 5 marzo 2015

Si è addormentato il mio cuore?- Antonio Machado





Si è addormentato il mio cuore?

Alveari dei miei sogni,

state in ozio? Manca l’acqua

alla noria della mente

e le secchie giran vuote,

sono piene solo d’ombra?

No, che non dorme il mio cuore.

È ben desto il cuore, è desto.

Non dorme né sogna: è intento,

aperti gli acuti occhi,

a lontani segni ascolta

agli orli del gran silenzio.





Foto: Alessia Zanzi

venerdì 14 novembre 2014

Dinosauria, we- Bukowski

Nati così
in mezzo a tutto questo
tra facce di gesso che ghignano
e la signora morte che se la ride
mentre gli ascensori si rompono
mentre gli orizzonti politici si dissolvono
mentre il ragazzo della spesa del supermercato ha una laurea
mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa
e il sole è mascherato
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra queste guerre attentamente matte
tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto
in mezzo a bar dove le persone non non si parlano più
nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate

siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire
tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli
in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi
in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo
nati in mezzo a tutto questo

ci muoviamo e viviamo in tutto ciò
a causa di tutto questo moriamo
castrati
corrotti
diseredati
per tutto questo
ingannati da questo
usati da questo
pisciati addosso da questo
resi pazzi e malati da questo
resi violenti
resi inumani
da questo

il cuore è annerito
le dita cercano la gola
la pistola
il coltello
la bomba
le dita vanno in cerca di un dio insensibile
le dita cercano la bottiglia
le pillole
qualcosa da sniffare

siamo nati in questo essere letale triste
siamo nati in un governo in debito di 60 anni





che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito
e le banche bruceranno
il denaro sarà inutile
ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine
resteranno solo pistole e folle di sbandati
la terra sarà inutile
il cibo diventerà un rendimento decrescente
l'energia nucleare finirà in mano alle masse
il pianeta sarà scosso da un'esplosione dopo l'altra
uomini robot radioattivi si inseguiranno l'un l'altro

il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali
l'inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini
il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna
gli alberi moriranno
e tutta la vegetazione morirà
uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi
il mare sarà avvelenato
laghi e fiumi spariranno
la pioggia sarà il nuovo oro
la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro
gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende
e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione
il progressivo esaurimento di provviste
l'effetto naturale della decadenza generale
e il più bel silenzio mai ascoltato
nascerà da tutto questo
il sole nascosto
attenderà il capitolo successivo

Foto: Francesco Romoli






venerdì 17 ottobre 2014

Autopsicografia- Pessoa

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore




Foto: Francesco Romoli

domenica 28 settembre 2014

Sonetto 92 - William Shakespeare

Fa' pure del tuo peggio per sfuggirmi
tu in me vivrai per tutta la mia vita
e vita non durerà più a lungo del tuo amore,
perché sol da questo affetto essa dipende.
Quindi temer non devo il peggior dei torti
quando nel più piccolo la mia vita ha fine;
mi par di meritare miglior sorte
di quella che è balia dei tuoi capricci.
Non puoi torturarmi con la tua incostanza
perché nel tuo disdegno muore la mia vita:
o che beato titolo solo io posseggo,
felice del tuo amore, felice di morire!
Ma esiste felicità che nuvole non tema?
Tu potresti ingannarmi ed io non saperlo.





Foto: Alessia Zanzi

giovedì 7 agosto 2014

Nulla due volte- Szymbroska

Nulla due volte accade
Né accadrà. Per tal ragione
Nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione.
Anche agli alunni più ottusi
Della scuola del pianeta
Di ripeter non è dato
Le stagioni del passato.
Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.
Ieri, quando il tuo nome
Qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.
Oggi che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?
Perché tu, ora malvagia,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.
Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.




Foto: Alessia Zanzi