Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
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martedì 19 giugno 2018

Con un abbraccio senza tempo - Agota Kristof

Non riesco ad abbassare le braccia
da quando ti ho abbracciato
lo so sei ancora qui si è chiusa
la porta alle tue spalle eppure
tengo il tuo corpo tra le braccia

Lo so sei ancora qui immobile
Sto in piedi le ali nere del tempo
hanno già attraversato anni
dal suo oscuro passaggio furtivo
è scappato un minuto

Con un abbraccio senza tempo
da quando ti ho abbracciato
non riesco ad abbassare le braccia
sono immobile statua centenaria
chiuso tra le mie braccia di pietra
so che sei ancora qui




Foto: Francesco Romoli 


domenica 24 dicembre 2017

La polvere magica, di Giulia Romoli

È il dicembre del 1987, la vigilia, esattamente, e ho nove anni.
Sono tutta presa dall'organizzazione della magica notte, quando arriverà il magico babbo con i miei magici doni. Raddrizzo le noci dorate appese all’albero(un lavoretto di scuola del quale sono orgogliosa: spero che Babbo Natale lo noti); corro in cucina a preparare latte e biscotti, piegando con cura la salvietta; spazzo sotto l'albero per assicurarmi doni privi di aghi di abete; faccio le prove davanti allo specchio per la versione angelica e un po' stupita di me che ho deciso di mostrare a Babbo Natale. Sì, perché stanotte, ho deciso, ce lo becco. È un progetto che porto avanti da un anno. Ho programmato tutto (pisolino pomeridiano, caffè) e sono certa di riuscire. Saltello da una stanza all'altra, facendo suonare con un dito le campanelle delle decorazioni appese ovunque.
La mamma e il papà sono in salotto, presi dalle faccende da adulti.
«Ora della nanna», dice la mamma posando nel cestino il lavoro a maglia: un nuovo maglione deforme. Ci prova sempre, la mamma, ma proprio non riesce. Tra poco, quando si accorgerà che le maniche sono troppo corte o il collo troppo largo, bofonchierà, e quando lo avrà finito come al solito  si metterà a leggere, una cosa che le viene decisamente meglio.
Mi infilo sotto le coperte tiepide di Scaldasonno, mi stringo al braccio di mamma, chiudo gli occhi e fingo un letargo immediato. Sul comodino Topolino indica con le braccia le nove e trenta: ho un bel po' di tempo da occupare. Prendo la torcia e il libro da sotto il letto e comincio a leggere sperando che la pentola magica di Taron mi tenga sveglia.
Sono le undici quando sento i primi rumori sospetti. È presto però. Babbo Natale arriva in anticipo? Sbagliato a rimettere l'orologio? Allungo l'orecchio alla porta. Ecco, il bicchiere. E questo è il rumore del piattino, ne sono certa. Se avessi avuto un camino sarebbe stato tutto più facile, avrei sentito il tonfo, ma al più qui c'è la cappa della cucina e Babbo Natale proprio non ci passa.
In punta di piedi, scalza, esco dalla stanza. Percorro il corridoio. Mi acquatto dietro ai muri. Tengo le orecchie dritte come un labrador. Faccio capolino in soggiorno: ci siamo.
Sulle prime non capisco niente: vedo la mamma che sorseggia il latte di Babbo Natale e basta. Ma che fai? vorrei dirle, quello è per lui, non per te! Ma poi ecco il papà, le mani cariche di pacchetti che si avvicina all'albero. Mette giù i pacchetti. Li sistema a ventaglio. Sorride alla mamma che nel frattempo ha finto il latte e che si sta trattenendo dal lavare il bicchiere. Si abbracciano. Si baciano. Buon Natale, buon Natale. Si avviano verso la loro stanza. Buio. 
Ce l'ho beccato davvero, Babbo Natale. 
Il ritorno al mio letto è una specie di travaglio. Piango lacrime calde di delusione, amare come il fiele. È quasi Natale e io detesto il mondo intero. 
La mattina, quando mi sveglio, il sole entra di prepotenza nella stanza, conquistandosi il tappeto a vista d'occhio. Non mi va di alzarmi. Durante la notte il mio sonno si è popolato di folletti, fate, gnomi in dissolvenza, come pastiglie effervescenti.
È la mamma, al solito, che viene a prendermi. È rossa in viso, sorridente. 
«Eli, tesoro! Sveglia pigrona! È Natale. Auguri, amore mio» e mi stringe e mi bacia tanto forte da privarmi del respiro per un attimo. Mugugno. Non sono ancora nell'età della finzione, ho i sentimenti che  mi si spalmano in faccia.
«Che c'è, tesoro? Non vuoi vedere cosa ti ha portato Babbo Natale?». È un po' delusa. Il rossore viene riassorbito nelle sue guance. «Vediamo... sei stata troppo cattiva e hai paura che non ti abbia portato niente?»
«Vi ho visto, stanotte. Tu e papà che sistemavate i regali sotto l’albero», annuncio glaciale.
Lei inspira e rimane così, le spalle contratte, la bocca chiusa, trattiene il fiato come se volesse inghiottirlo. Alla fine vincono i polmoni e si lascia uscire uno sbuffetto dal naso. Comincia con il tono più sommesso che conosco.
«Ormai sei grande e capirai che...»
«Mi avete preso in giro»
«Ma no, non è quello...»
«Nemmeno la fatina dei dentini?»
Balbetta un no.
«Gnomi? Folletti?»
No. No.
«Uomo nero?»
No. 
Sospiro di sollievo.
«Befana?»
«Be', quella esiste. È la sorella di tua nonna, la zia Alberta»
Ridiamo insieme.
«Senti Eli, ti ricordi quella storiella che ti raccontavo da piccola, quella della bambina che schioccava le dita, diceva la parola magica e le cadevano dal cielo dolci e caramelle?»
«Zim Zabardin!»
«Esatto. Quante volte hai provato a farlo? Fino a che non hai capito che era solo una storia, una bella storia»
Mi prende la mano.
«Babbo Natale è lo stesso: una bella storia»
Mordicchio delusa il lembo del lenzuolo che sa di mamma e lavanda. Lei mi abbraccia e mi posa le labbra sulla fronte.
«Sai, c'è un vantaggio in tutto questo», continua.
Penso alla delusione che mi sta mordendo ancora i piedi e aggrotto le sopracciglia.
«Da oggi puoi scoprire un altro piacere, migliore di quello di ricevere regali da un pancione vestito fuori moda»
Ho i miei dubbi, mamma, penso.
«Dai, andiamo intanto a scartare i regali. Poi te lo dico», conclude.
Nonostante tutto sono eccitata mentre strappo la carta: è un regalo gigantesco, una casa colonica per le mie bambole. Tanti piccoli mobili rifiniti in stile vittoriano. Un ascensore che funziona davvero. Uno specchietto a forma di fagiolo dove tuffarmi per refrigerarmi dalla calura. Un pratino all'inglese.
Verifico che il piacere di ricevere regali è ancora intatto. I regali hanno un'aria meno brillante di polvere magica, ma me ne dimentico mentre sistemo le mie bambole sopra il minuscolo divano imbottito e sul prato, a tirare la palla al cane. 
«Vestiti ora», mi dice la mamma «ti porto in un posto»
Le obbedisco silenziosa. Ho la sensazione che questa sia una specie di iniziazione. Salirò lo scalino del mio essere adulta, oggi, penso orgogliosa mentre mi imprigiono in uno dei maglioni della mamma: busto troppo stretto.
Lei è già sulla soglia, con in mano un pacchetto colorato e due grandi borse di carta. Scendiamo le scale del condominio in silenzio, lei davanti e io dietro. Sta sorridendo, lo so anche se non riesco a vederla in faccia, perché avverte quella curiosità elettrica che irradio. Al secondo piano si ferma davanti a una porta grigia.
«Sai chi abita qui?», mi chiede la mamma.
Annuisco. È la casa di Giovannino, anni sei, il bambino con le camicie a quadretti della Caritas. Il bambino delle collette per la merenda. 
Bussiamo e dopo pochi secondi la faccia tonda e un po' assonnata di Giovannino si incastra nello spiraglio della porta. Poi riconosce la mamma e spalanca tutto: occhi, bocca, porta.
Il soggiorno è decorato con lucette intermittenti e campanellini, palline spaiate, babbi Natale un po' sgualciti, una renna di peluche dal pelo scompigliato. Su un tappeto logoro ci sono quaderni e libri. Sulla tavola i bricioli di una colazione recente.
«A Giovannino piace tanto leggere, sai?», mi dice porgendogli il pacchetto colorato. Intanto dalla cucina è comparsa anche la mamma di Giovannino.
Dalle buste mamma estrae dei vecchi giornalini che avevo dimenticato, vestiti per Giovannino, alcune scatole di pasta, biscotti, tonno, pane in cassetta.
Giovannino strappa la carta del suo regalo, la scava come un cucciolo che vuole continuare a giocare. Emette gridolini di gioia quando vede i libri, abbraccia la mamma, si mette a sfogliarli avido, ringrazia ancora la mamma, poi me.
Ci fermiamo quasi un'ora a casa loro, sommerse dalla loro felicità. E dentro di me sento quella sensazione tutta nuova, inesplorata. Il piacere di cui parlava la mamma. Un piacere che si allarga dentro di me, che mi riempie completamente e mi fa sentire grande e piccola allo stesso tempo.
Mentre usciamo mi sembra che tutto il mondo brilli di polvere magica.


È il Dicembre del 2000, la vigilia, esattamente, e ho ventidue anni. 
Le mie mani riempiono piatti di plastica. Arriva Pino, per primo.
«Lasagne?», chiede. È un ometto basso. Risiede all'angolo tra il negozio di calze e la caffetteria insieme al suo cane, Argo. Letto cartonato. 
Gli passo un piatto fumante. 
Dietro di lui aspetta Rosa, occhi grandi e liquidi, dilaganti. È la donna degli stracci. Ringrazia per le lasagne e subito si mette a confabulare di qualcosa con il suo vicino al tavolo. 
La sala della mensa dei poveri è piena di gente in fila per la sua porzione di lasagne e pollo arrosto. Un vera cena da vigilia di Natale. Li guardo e sono felice. Mi godo quella sensazione che ho ormai interiorizzato, che non è più nuova, ma che non smette mai di sorprendermi. 
E tutta la sala brilla di polvere magica.









mercoledì 9 agosto 2017

Almeno per un momento, di Giulia Romoli

Dall'altra stanza arriva un grido. Fuori è notte, il tuo orologio segna le tre e venti. Ti giri su un fianco, pensi che prima o poi  smetterà. Ma il grido si ripete. Aiuto. Per favore, aiutami. Schiacci la testa sotto il cuscino, le urla sono solo più sottili. Ti prego, ti prego, aiuto.
Ti alzi e ti accorgi che fa caldo in casa. Hai di nuovo dimenticato il riscaldamento acceso.  Lei non lo avrebbe fatto, lo avrebbe spento prima di andare a letto. Non dimenticava nulla, prima.
Nel corridoio le grida sono più forti, apri la porta della stanza e la sua figura ti appare deformata nell'oscurità, rigida, ha una mano alzata come per difendersi, indica l'orologio sul suo comodino.
Falle smettere, Marco. Vogliono uccidermi, falle smettere.
Stacchi veloce la presa dell'orologio e le luci si spengono. Lei ti crolla tra le braccia appena ti siedi sul letto. Ha la maglietta bagnata di sudore e i capelli incollati al viso.
Domani, ti riproponi, imposterò il timer sul termostato.
Alle undici di mattina suona il campanello.  Scatti in piedi appena ti accorgi che fuori c'è il sole e tu non dovresti essere lì, ancora a letto. Spalanchi la porta della sua stanza: lei non c'è. Il letto è rifatto alla perfezione, nemmeno un piega. Scendi veloce le scale, la cerchi in cucina, nel bagno. Il campanello suona di nuovo, lo avevi dimenticato, ti chiudi con un nodo la vestaglia, ti guardi di sfuggita allo specchio, sistemando i capelli grigi dietro le orecchie, sono troppo lunghi, il barbiere, maledizione, devi ricordarti di chiamarlo, ma cosa ti viene in mente, adesso, devi trovare lei, aprire la porta, devi...
Accanto a tua moglie c'è una donna giovane, in divisa. Le tiene una mano sulla spalla.
Farfugli qualcosa mentre la donna ti chiede se la persona accanto a lei è Marta Corbi. La signora abita qui? Mentre ti parla noti una macchia di fango sui pantaloni del pigiama di Marta. Glieli hai messi puliti solo ieri sera.
 Mi scusi,  mi scusi davvero, io credevo di avere chiuso a chiave la porta di ingresso, forse ho dimenticato, la notte dormiamo poco. Siamo soli, qui, io e lei.
Signor Corbi, sua moglie sta bene, ci hanno chiamato dal negozio di fiori qui vicino, la conoscono.
Sì, le piacciono i fiori.
Quando vi sedete a tavola lei non vuole mangiare. Non ho fame, dice. Incrocia le braccia e ti fa il broncio. Guarda che più tardi viene il dottore e glielo dico che non hai mangiato, minacci. Prendi la forchetta e infilzi due ravioli collosi, apri la bocca, le dici, di più, insisti, di più!
 Lei si volta lentamente, le braccia sempre incrociate sul petto magro, ti guarda con aria di sfida.
Di più non riesco, Katia.
Scagli il piatto contro il muro.
 Maledizione, non sono Katia, non lo vedi? Non lo vedi che sono tuo marito?
Lei ti guarda spaventata, trema dentro a quel corpo fragile e tu la abbracci. Non è colpa tua, le dici mentre la culli, non è colpa tua, ripeti.
Senti il suo corpo che trema sotto di te, sta piangendo.
Ricomincia  a urlare, quel grido ti lacera, ti tappi le orecchie ma non riesci a non sentirla, Katia, urla, la mia bambina, me l'hanno ammazzata. Torneranno, lo vuoi capire? Torneranno e prenderanno anche me, e non sai, non capisci quanto davvero sappia, quanto davvero si ricordi, sai solo che ti ferisce le orecchie, piantala!, le urli tu, inciampi in una sedia, quasi cadi, ma ti reggi al tavolo con le mani.
Corri in cucina e le prendi le medicine, versi l'acqua in un bicchiere, estrai il contagocce, una, due...cinque...dieci, conti veloce.  Ti fermi. Lei continua a urlare, dondolandosi avanti e indietro. Guardi quel corpo che si sta rimpicciolendo sotto il tuo sguardo,giorno dopo giorno, ora dopo ora.  Butti il contagocce nel lavandino e rovesci nel bicchiere tutto il flacone.
La afferri per le spalle. La devi piantare, Marta, verrà su tutto il vicinato, se non la pianti.
Portami da Katia, portami dalla mia bambina, ti prego!
Va bene, calmati e ti ci porto. Più tardi, però, quando ti sarai calmata. Ti porto io.
Cos'è?, ti chiede quando le  porgi il bicchiere.
Solo un po' d'acqua, Marta, bevi. Così ti calmi.
Ma è amara!
Ti sembra così perché hai pianto. Bevi.
Posa il bicchiere vuoto davanti a sé.
Sei un bravo ragazzo, ti dice.
Te lo disse anche il primo giorno che vi siete conosciuti. Chiudi gli occhi e lei ha quel vestito a fiori , era così bella, tu le sei accanto, felice, maledettamente vivo, pieno di futuro, per sempre, per un momento.  
Almeno per un momento.
Quando apri gli occhi fuori è di nuovo notte e il tuo telefono segna le due e quarantacinque. Sei sudato e ti fa male il collo, ti sei addormentato sulla poltrona. C'è caldo in casa, di nuovo hai dimenticato di impostare il timer del termostato. C'è anche silenzio, in casa.
Ti alzi e vai in camera, apri l'armadio e tiri fuori il completo di velluto, lo indossi e ti accorgi che ti sta grande, anche tu sei rimpicciolito. In bagno ti sistemi i capelli, li spingi indietro con il pettine.
Scendi le scale e ti avvicini al telefono. Componi il numero con lentezza.  Dopo molto tempo risponde una voce impastata dal sonno.
Pronto? 
Una pausa. Senti il rumore di un interruttore, un fruscio di vestiti, un bambino che piange.
Papà sei tu? Si sono svegliati i bambini, scusa, ma che succede?

Katia, riesci a dire alla fine. È per la mamma ...




venerdì 14 luglio 2017

Fernanda, Giulia Romoli

“Vacci piano, che così ti porti via un dito, eh!” gli dice Josè dall'altra parte della cucina. I vapori delle pentole gli impediscono di vederlo, ma dal tono della voce Fernando sa che sta ridendo. Guarda il coltello e le sue unghie che vorrebbe laccate di rosso, come la sera. Ma è giorno, a João Pessoa. E di giorno si indossano i pantaloni.
Josè è bello:  Fernando vorrebbe perdersi in quegli occhi ubriachi di notti insonni, desidera le sue mani sopra di sé, sopra un corpo ancora acerbo. Vorrebbe lasciarlo quel lavoro che trasuda grasso dalle mattonelle, che  sa di fritto sulla pelle, di pentole incrostate, di verdure marce, di carne putrida. Ma che profuma di Josè, della sua pelle di bronzo, dell'accenno di barba sugli zigomi. E mentre affetta le verdure cerca il suo sguardo, cerca una conferma. E Josè alza gli occhi, lo guarda, si avvicina. Indica una cameriera appena fuori dalla porta e sorride.
“Se tutto va bene quella stasera me la faccio ...", dice Josè.
"Non mi sembra granché", (risponde Fernando).
"Tu scherzi, vero? Glielo hai visto il culo?"
"Ce ne sono di meglio"
"Ma che, non sarai mica frocio?"
“Il tuo turno è finito!” gli dice qualcuno toccandogli una spalla. Fernando si toglie lentamente il grembiule ed esce senza dire nulla.
Nella notte brasiliana cammina sicura sui tacchi, mentre una pioggia vivace di luci le bagna i capelli. La città è colorata, è viva. Gli si mostra come un vestito di paillettes, luccicante ovunque volga lo sguardo. La incanta, la inebria. È ricca di possibilità e lei le vuole cogliere tutte. Per l'Avenida affollata del barrio della Torre ride, è felice, è Fernanda lì e può dimenticare le pentole, la puzza. Può dimenticare Josè.
Una macchina accosta al marciapiede. Dentro un gruppo di ragazzi ridono, ubriachi.
“ Vuoi un passaggio, bella?” dice quello alla guida.
Un altro dietro abbassa il finestrino e ride.
"Non lo vedi che è un maledetto veado?"
Fernanda quella voce la conosce e si tira indietro spaventata, tenta di coprirsi il volto, rifugiandosi nell'ombra, ma ormai è tardi, Josè l'ha vista. Mentre l'auto riparte, lui si sporge dall'auto, la bocca spalancata, e Fernanda lo segue fino a che la strada non ingoia la sua figura.
Il giorno dopo la cucina accoglie Fernando in silenzio, nessuno parla, l'aria è vischiosa e immobile. È Josè il primo a rompere quella che agli occhi di Fernando sembra una fotografia, posa il coltello con forza sul tagliere, si avvicina e il tempo svanisce nell'attesa di un gesto. Entrambi alzano le mani, il primo per attaccare e il secondo per difendersi, e in quel momento Fernando ha di nuovo sei anni e davanti allo specchio nella sua stanza lascia cadere le noci di cocco che teneva premute sul petto, alza le braccia sulla testa, ma sua madre lo colpisce lo stesso con tanta violenza da farlo cadere a terra.
"Mamma, ti prego" bisbiglia Fernandinho  steso sul pavimento unto della cucina.
"Non ti voglio nella mia casa", urla sua madre.
"Non ti voglio nella mia cucina", urla Josè.
Il tempo si ricongiunge e le luci del neon gli lacerano gli occhi.
Fernanda è nella sua stanza, si sta vestendo per uscire. Ammira allo specchio la sua nuova nudità: i piccoli seni, le natiche gonfie. Ancora un po' di sofferenza sulla pelle, ancora il ricordo degli aghi. Ma il dolore della bellezza non le fa paura. Rifinisce gli occhi, passa leggera il rossetto, va incontro a una nuvola di profumo.
Il marciapiede quella sera la accoglie e la invita al suo nuovo spettacolo. Si mostra agli uomini, manda baci divertita alle sue compagne. Un passante le tocca la spalla, le chiede un po' del suo tempo, le indica una macchina. Ha qualcosa di commovente negli occhi e le mani rassicuranti.
“Ti faccio un po' di sconto se ti fai chiamare Josè”, gli dice seguendolo.
“ E io, come ti devo chiamare?”
“ Io sono Princesa”.     


mercoledì 4 gennaio 2017

# 15

Non pensiate che la psicologia moderna e la psichiatria abbiano scoperto tutto quello che c'è da sapere sulle persone. La scienza non ha ancora scoperto i segreti dell'anima - e ipotizzo che non ci riuscirà mai. Lo scrittore dovrebbe cercare di farlo attraverso l'arte. In un certo senso sta proprio qui il più alto obiettivo dell'arte.
(Bernard Malamud)

Foto: Francesco Romoli

giovedì 15 dicembre 2016

#14

Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio



JORGE LUIS BORGES




Foto: Francesco Romoli




venerdì 26 giugno 2015

#12

"Che il segreto dell'arte sia qui? Ricordare come l'opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare sopratutto di ricordare. Ché forse tutto l'inventare è ricordare"
Elsa Morante

Foto: Alessia Zanzi


mercoledì 10 giugno 2015

#11

"Io non avrei potuto fare che un mestiere, un mestiere solo: il mestiere che ho scelto, e che faccio, quasi dall'infanzia"
Natalia Ginzburg




martedì 12 maggio 2015

#10

"Noi cerchiamo continuamente di dare ordine, interpretandola, alla nostra vita con il passato, presente e avvenire, col nostro ambiente, col mondo in cui viviamo, sicché essa assume per noi un aspetto complessivo che cambia di continuo, più o meno presto e radicalmente a seconda che siamo costretti, disposti o capaci di accogliere le nuove esperienze che si presentano" 
Erich Auerbach



Foto: Francesco Romoli


venerdì 24 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte 3

Pasolini e il Nuovo potere- Parte 1

Pasolini e il Nuovo Potere- Parte2

Ma non è un intellettuale rinunciatario e pessimista, Pasolini. Tutt'altro. Potremmo definirlo un vero e proprio combattente. La sua nostalgia, lo ribadisce spesso, non è un modo per bloccarsi e arrendersi, facendosi imbrigliare dalle trame del Potere. È piuttosto  una ricerca continua della strada per contrastarlo.  Con Petrolio ( ma già anche parzialmente con la Divina Mimesis e con Teorema) Pasolini cerca di trovare un sistema per forare la rete costruita dal Potere e che interviene nel campo specifico della Letteratura. Cerca di portarsi fuori dal paradosso tentando non di fare un romanzo che esca dagli schemi del romanzo, ma di creare qualcosa di nuovo, che sia quasi non riconoscibile come letteratura. Una forma, appunto:
«È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri[...]Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo umilmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori»[1].
Questo uscire dal gioco della letteratura, utilizzando la parola diretta, ovvero una parola che sia pensiero e azione, una parola ancora forte, significa per Pasolini uscire dal gioco del Potere e renderlo così visibile. Riuscendo appunto a risolvere il paradosso.
Ma il segreto del Potere è anche nascosto nella violenza che caratterizza gli anni settanta italiani. Ogni atto criminale necessita di responsabili. Coloro che hanno contribuito, assecondando il Potere, che questo entrasse e cambiasse le menti della popolazione.  I cittadini italiani vogliono sapere, afferma: vogliono sapere la verità sui disastri edilizi, sui cosiddetti "golpe"fascisti, sui ruoli del Sifar e del Sid, della Cia e della Mafia. E le vogliono sapere, aggiunge, tutte insieme. Ed ecco che quindi scrive "Il processo", dove condanna coloro che hanno governato il Paese dal dopoguerra al 1975. Questo per rivelare «ai cittadini italiani qualcosa di essenziale per la loro esistenza, cioè questo: i potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent'anni precedenti(traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più ( e non sa più) cosa farsene di loro[2]». Questo perché «il contesto in cui governare non è più quello clerico-fascista[3]». Il fascismo infatti, il vecchio potere, aveva governato l'Italia solo esteriormente,dominandola e non riuscendo a scalfirla. Il regime odierno invece è un regime democratico, ma quella acculturazione che il Nuovo Potere, cioè la società dei consumi, ha creato distrugge e annienta i vari modi di essere uomini.
Niente è più anarchico del Potere, afferma. Il Potere fa ciò che vuole e quello che vuole è dettato da ragioni economiche. Il Potere non vuole più un bravo cittadino o un bravo soldato, ma semplicemente un consumatore, che sia imprevidente, laico,edonista. Pasolini si propone come un arrabbiato in un'Italia dove esistono solo piccole rabbie perché esiste solo una piccola borghesia. Ed è l'unico modo per lui di avere ancora un senso come poeta. Le stesse polemiche, gli scandali, le denuncie, seppur dolorose, sono il rischio che il poeta corre per essere ancora un poeta. Drammaticamente anche la sua morte si pone in questa ottica. E Poeta delle ceneri sembra quasi un testamento:
«Perciò io vorrei soltanto vivere
Pur essendo poeta
Perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
O sarò poeta di cose.
Le azioni della vita saranno solo comunicate,
e saranno esse, la poesia,
poiché, ti ripeto,
non c'è altra poesia che l'azione reale»[4]





[1] PIER PAOLO PASOLINI; "Petrolio", Lettera a Moravia, p. 579
[2] PIER PAOLO PASOLINI; "Il processo", Corriere della sera, 1975

[3] ibid
[4] PIER PAOLO PASOLINI; "Poeta delle ceneri"


giovedì 9 aprile 2015

Pasolini e il Nuovo Potere - Parte 2

Pasolini e il Nuovo Potere-Parte 1


Nel 1973, in un articolo sul "Tempo illustrato"[1], criticando i temi di italiano dati all'esame di maturità dello stesso anno, scrive: «La restaurazione o rivoluzione reale cominciata nel 1971-1972[...] è in realtà una rivoluzione. [...]Essa tende a cancellare il passato, con i suoi "padri", le sue religioni, le sue ideologie e le sue forme di vita(ridotte oggi a mera sopravvivenza). Questa rivoluzione di destra, che ha distrutto prima di ogni cosa la destra, è avvenuta fattualmente, pragmaticamente. Attraverso una progressiva accumulazione di novità (dovute quasi tutte all'applicazione della scienza): ed è cominciata dalla rivoluzione silenziosa delle infrastrutture». La civiltà tecnologica, voluta dal Nuovo Potere, ha generato un nuovo mondo distruggendo le vecchie istituzioni sociali, quali la famiglia, cultura, la lingua, la Chiesa. Anche « la "vera" tradizione umanistica[...] viene distrutta dalla nuova cultura di massa e dal nuovo rapporto che la tecnologia ha istituito -con prospettive ormai secolari- tra prodotto e consumo»[2].
Scompaiono dunque non solo le culture originali e differenziate del mondo contadino e sottoproletario, ma anche la borghesia paleoindustriale. Tutte queste classi vengono unificate e omologate per creare una nuova borghesia, completamente dedita al consumo. Nel 1975, poco prima di morire, afferma che in Italia tutti sono diventati borghesi, anche se le differenze continuano a sussistere economicamente: esiste cioè una classe borghese povera e una ricca. La scomparsa delle minoranze e delle diversità, dei particolarismi e della realtà, va di pari passo con la scomparsa dei sorrisi e della felicità. Parla di genocidio delle classi subalterne, voluto dalla società dei consumi e coadiuvato dai giovani, i quali hanno compiuto una vera e propria abiura dei modelli precedenti di vita.
  Ma, ancor più tragico per un poeta, Pasolini assiste all'impoverimento progressivo della lingua. Il linguaggio è stato segnato anch'esso dall'omologazione, spesso diventando puro tecnicismo. L'italiano è stata una lingua esclusivamente letteraria per secoli e il centro era Firenze, grazie ad artisti come Dante o Boccaccio.  Ma dopo la fine della guerra ha subito un cambiamento: il centro non è più letterario e non è più Firenze, bensì è tecnico-tecnologico ( basti pensare, afferma, alla parola "frigorifero", utilizzata in tutta Italia nello stesso identico modo) e ha come capo Milano. A questo radicale cambiamento contribuiscono i giornali, l'accrescimento delle infrastrutture e, sopratutto, la televisione. Il Nuovo Potere si serve degli strumenti della tecnologia in maniera subdola. È una violenza non esplicita e per questo  ancor più pericolosa perché invisibile o quasi. La televisione ha contribuito a diffondere l'ideologia reale del potere che si fonda sull'edonismo del potere consumistico e crea vittime innocenti, come ad esempio la Marylin Monroe ritratta ne "La rabbia", la «sorellina ubbidiente», la cui «bellezza sopravvissuta dal mondo antico, richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente, divenne un male mortale».
 «I mezzi però non sono niente» afferma Pasolini, «sono strumenti neutri. Ma appena se ne impadroniscono i mediatori della cultura di massa ecco che oltrepassano la loro funzione di strumenti, che si "divinizzano": se ne fanno una "divinità" al servizio del culto del Potere e del Denaro[3]». Attraverso la televisione i "modelli" non vengono parlati, ma rappresentati. Sono modelli tali da rendere la gioventù più indifesa criminale o criminaloide. «È stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo) concluso l'era della pietra e iniziato l'era dell'edonè[4]». La proposta di Pasolini per eliminare la criminalità è quella provocatoria di abolire la televisione. Così come propone di abolire la scuola dell'obbligo, in quanto scuola di iniziazione alla cultura piccolo-borghese, fatta di nozionismo statico e moralismo. La criminalità è una conseguenza diretta del modo di essere della società dei consumi: «il consumismo ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra bene e male[5]».
  Lo scrittore prende atto dolorosamente  di una vera e propria afasia, cioè una perdita delle capacità linguistiche. «Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi - di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica. Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma, per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica; o si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fosse facilmente parlabile - ci si esprime come nei libri stampati - oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola; si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro»[6]. 
Parlando della generazione dei giovani contestatori afferma: «Credo di poter affermare che  una delle ragioni essenziali della grande inquietudine dei giovani di oggi è appunto l'ignoranza di cui si compiacciono; direi anzi una certa qualità di ignoranza[7]». Rifiutano una cultura plasmata allo stampo del mondo preindustriale, i cui ideali non sono più adatti agli imperativi dell'esistenza moderna. Paradossalmente, essi «lottano contro questo neocapitalismo, ma in effetti ubbidiscono a loro insaputa alle sue esigenze sacrileghe[8]». Non innovano nel quadro della cultura paterna, ma la rifiutano.
La perdita di linguaggio per Pasolini coincide drammaticamente con la perdita della propria poetica. È la perdita di un mondo poetico quella che l'autore rimpiange, il mondo da lui descritto già in "Ragazzi di vita" o filmato in "Accattone", dove « er mondo è de chi c'ha li denti». Perso il particolarismo dialettale, l'autore sente di non avere più una lingua con cui rappresentare il mondo e non è più capace di identificarsi con esso. Il cinema per Pasolini è stato una scelta di linguaggio: girando i primi film ricorreva al linguaggio naturale della realtà. Finita la realtà così come lui la aveva amata ( la realtà del sottoproletariato, del mondo contadino) il poeta si trova perduto e costretto a inventare una nuova poetica, una poetica fatta di pluralità di scritture e ben rappresentata da Petrolio, quella forma-progetto dove l'oggetto estetico non conta più. Il Nuovo Potere gli ha tolto una lingua con cui rappresentare il mondo. E Pasolini non può fare altro che rappresentarlo in modo tragico e carico di nostalgia, come ne La Rabbia.




[1] PIER PAOLO PASOLINI; "P:giudica i temi di italiano", Tempo illustrato, 1973. Ora in Scritti corsari con il titolo"La prima vera rivoluzione di destra", pp. 17-21
[2] Ibid.
[3] PIER PAOLO PASOLINI; "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[4] PIER PAOLO PASOLINI, "Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo", Corriere della sera, 1975
[5] Ibid.
[6] PIER PAOLO PASOLINI, "Il genocidio", Scritti Corsari, pp. 226-231
[7] PIER PAOLO PASOLINI, "Il sogno del centauro", intervista a cura di J. Duflot
[8] Ibid.