Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
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giovedì 28 dicembre 2017

Come diventare vivi, un vademecum per lettori selvaggi, G. Montesano

Come si fa a diventare vivi? Ma prima di tutto, cosa significa?
Ci alziamo la mattina, caffè, doccia, auto, lavoro, poi di nuovo a casa, cena veloce, un film sul divano per rilassarci, ce lo meritiamo, no?, dopo una giornata così faticosa, sempre di corsa, magari una sbirciatina a Facebook per salutare gli amici, guardare qualche foto… poi a letto. 
E la mattina si ricomincia. 
In questo lasso di tempo, meno di 24 ore, cosa ci fa sentire vivi?
Montesano, in questo librettino di poco più di 150 pagine e che sembra leggero come il volo di una farfalla, ci pone in realtà un grande interrogativo. 
E risponde: Anche nella prigione dei giorni in cui tutto sembra impossibile, anche nella mia miserabile paura di vivere. Io voglio rinascere…E comincerò dalla frase interrotta, e scenderò in quel mare in cui le ferite mal curate si schiuderanno come bocche innamorate , e faranno entrare in quella realtà in cui si vive senza sprecare la vita… 
Vivere davvero è non sprecare la vita. E per non sprecare la vita dobbiamo fare quello per cui siamo programmati fin dalla nascita: pensare. E per aiutarci a pensare dobbiamo leggere davvero, ascoltare davvero, guardare davvero. La formula di Montesano è semplicissima: troviamo (imperativo) il tempo per leggere, per vivere, per amare. 
Ma per far questo bisogna fare attenzione: attenzione a non rifiutare l’estraneo, perché è proprio questo che allarga la nostra mente; attenzione alle parole che leggiamo, solo così potremo leggere in profondità e avere rivelati il mondo e noi stessi; attenzione alle nuove tecnologie che ci inducono ad entrare nel mondo della chiacchiera, a ignorare le cose che contano davvero, distogliendoci dall’allenare le nostre menti; attenzione soprattutto a non diventare dei doxosophoi,  sapienti solo nel dire la propria opinione. E così, pagina dopo pagina, Montesano ci ricorda che leggere i maestri, Dostoevsky, Shakespeare, Pirandello, Dante, ascoltare i maestri, Beethoven, Wagner, guardare i maestri, Picasso, Botticelli, ci aiuta in questa operazione di risveglio. 
Ma bisogna volerlo. Dobbiamo voler vivere, voler essere uomini, volere la verità. E chi vuole la verità, come dice citando Platone, bisogna che sfreghi tra di loro le idee con le cose a cui si riferiscono, le sensazioni con le idee, le cose con le sensazioni, le visioni con le idee, le parole con le immagini, le parole con le idee e le immagini con le cose, domandando e rispondendo in discussioni benevole e senza odio, e il cui oggetto non sia la mia o la tua verità, finché, da questo sfregare parole con idee e idee con cose, non sprizzeranno, come da sassi fatti cozzare tra di loro, scintille di fuoco che accenderanno la conoscenza. 
Wow. Impossibile dirlo con parole migliori. 
Quello che ho trovato in questo libro è stata una sorta di incoraggiamento. Non tanto per leggere in modo selvaggio, quello lo faccio già da tempo, ma per non smettere di farlo.  Come se l’autore alla fine delle pagine mi avesse detto: ok, finora hai fatto un buon lavoro, ma non rinunciare, non entrare nella zona confort, non farti prendere dalla falsità marcisca della nube della chiacchiera, non ascoltare i guardiani del penitenziario emotivo.  
Vai. 
Leggi, ascolta, guarda. 

Vivi. 



domenica 24 dicembre 2017

La polvere magica, di Giulia Romoli

È il dicembre del 1987, la vigilia, esattamente, e ho nove anni.
Sono tutta presa dall'organizzazione della magica notte, quando arriverà il magico babbo con i miei magici doni. Raddrizzo le noci dorate appese all’albero(un lavoretto di scuola del quale sono orgogliosa: spero che Babbo Natale lo noti); corro in cucina a preparare latte e biscotti, piegando con cura la salvietta; spazzo sotto l'albero per assicurarmi doni privi di aghi di abete; faccio le prove davanti allo specchio per la versione angelica e un po' stupita di me che ho deciso di mostrare a Babbo Natale. Sì, perché stanotte, ho deciso, ce lo becco. È un progetto che porto avanti da un anno. Ho programmato tutto (pisolino pomeridiano, caffè) e sono certa di riuscire. Saltello da una stanza all'altra, facendo suonare con un dito le campanelle delle decorazioni appese ovunque.
La mamma e il papà sono in salotto, presi dalle faccende da adulti.
«Ora della nanna», dice la mamma posando nel cestino il lavoro a maglia: un nuovo maglione deforme. Ci prova sempre, la mamma, ma proprio non riesce. Tra poco, quando si accorgerà che le maniche sono troppo corte o il collo troppo largo, bofonchierà, e quando lo avrà finito come al solito  si metterà a leggere, una cosa che le viene decisamente meglio.
Mi infilo sotto le coperte tiepide di Scaldasonno, mi stringo al braccio di mamma, chiudo gli occhi e fingo un letargo immediato. Sul comodino Topolino indica con le braccia le nove e trenta: ho un bel po' di tempo da occupare. Prendo la torcia e il libro da sotto il letto e comincio a leggere sperando che la pentola magica di Taron mi tenga sveglia.
Sono le undici quando sento i primi rumori sospetti. È presto però. Babbo Natale arriva in anticipo? Sbagliato a rimettere l'orologio? Allungo l'orecchio alla porta. Ecco, il bicchiere. E questo è il rumore del piattino, ne sono certa. Se avessi avuto un camino sarebbe stato tutto più facile, avrei sentito il tonfo, ma al più qui c'è la cappa della cucina e Babbo Natale proprio non ci passa.
In punta di piedi, scalza, esco dalla stanza. Percorro il corridoio. Mi acquatto dietro ai muri. Tengo le orecchie dritte come un labrador. Faccio capolino in soggiorno: ci siamo.
Sulle prime non capisco niente: vedo la mamma che sorseggia il latte di Babbo Natale e basta. Ma che fai? vorrei dirle, quello è per lui, non per te! Ma poi ecco il papà, le mani cariche di pacchetti che si avvicina all'albero. Mette giù i pacchetti. Li sistema a ventaglio. Sorride alla mamma che nel frattempo ha finto il latte e che si sta trattenendo dal lavare il bicchiere. Si abbracciano. Si baciano. Buon Natale, buon Natale. Si avviano verso la loro stanza. Buio. 
Ce l'ho beccato davvero, Babbo Natale. 
Il ritorno al mio letto è una specie di travaglio. Piango lacrime calde di delusione, amare come il fiele. È quasi Natale e io detesto il mondo intero. 
La mattina, quando mi sveglio, il sole entra di prepotenza nella stanza, conquistandosi il tappeto a vista d'occhio. Non mi va di alzarmi. Durante la notte il mio sonno si è popolato di folletti, fate, gnomi in dissolvenza, come pastiglie effervescenti.
È la mamma, al solito, che viene a prendermi. È rossa in viso, sorridente. 
«Eli, tesoro! Sveglia pigrona! È Natale. Auguri, amore mio» e mi stringe e mi bacia tanto forte da privarmi del respiro per un attimo. Mugugno. Non sono ancora nell'età della finzione, ho i sentimenti che  mi si spalmano in faccia.
«Che c'è, tesoro? Non vuoi vedere cosa ti ha portato Babbo Natale?». È un po' delusa. Il rossore viene riassorbito nelle sue guance. «Vediamo... sei stata troppo cattiva e hai paura che non ti abbia portato niente?»
«Vi ho visto, stanotte. Tu e papà che sistemavate i regali sotto l’albero», annuncio glaciale.
Lei inspira e rimane così, le spalle contratte, la bocca chiusa, trattiene il fiato come se volesse inghiottirlo. Alla fine vincono i polmoni e si lascia uscire uno sbuffetto dal naso. Comincia con il tono più sommesso che conosco.
«Ormai sei grande e capirai che...»
«Mi avete preso in giro»
«Ma no, non è quello...»
«Nemmeno la fatina dei dentini?»
Balbetta un no.
«Gnomi? Folletti?»
No. No.
«Uomo nero?»
No. 
Sospiro di sollievo.
«Befana?»
«Be', quella esiste. È la sorella di tua nonna, la zia Alberta»
Ridiamo insieme.
«Senti Eli, ti ricordi quella storiella che ti raccontavo da piccola, quella della bambina che schioccava le dita, diceva la parola magica e le cadevano dal cielo dolci e caramelle?»
«Zim Zabardin!»
«Esatto. Quante volte hai provato a farlo? Fino a che non hai capito che era solo una storia, una bella storia»
Mi prende la mano.
«Babbo Natale è lo stesso: una bella storia»
Mordicchio delusa il lembo del lenzuolo che sa di mamma e lavanda. Lei mi abbraccia e mi posa le labbra sulla fronte.
«Sai, c'è un vantaggio in tutto questo», continua.
Penso alla delusione che mi sta mordendo ancora i piedi e aggrotto le sopracciglia.
«Da oggi puoi scoprire un altro piacere, migliore di quello di ricevere regali da un pancione vestito fuori moda»
Ho i miei dubbi, mamma, penso.
«Dai, andiamo intanto a scartare i regali. Poi te lo dico», conclude.
Nonostante tutto sono eccitata mentre strappo la carta: è un regalo gigantesco, una casa colonica per le mie bambole. Tanti piccoli mobili rifiniti in stile vittoriano. Un ascensore che funziona davvero. Uno specchietto a forma di fagiolo dove tuffarmi per refrigerarmi dalla calura. Un pratino all'inglese.
Verifico che il piacere di ricevere regali è ancora intatto. I regali hanno un'aria meno brillante di polvere magica, ma me ne dimentico mentre sistemo le mie bambole sopra il minuscolo divano imbottito e sul prato, a tirare la palla al cane. 
«Vestiti ora», mi dice la mamma «ti porto in un posto»
Le obbedisco silenziosa. Ho la sensazione che questa sia una specie di iniziazione. Salirò lo scalino del mio essere adulta, oggi, penso orgogliosa mentre mi imprigiono in uno dei maglioni della mamma: busto troppo stretto.
Lei è già sulla soglia, con in mano un pacchetto colorato e due grandi borse di carta. Scendiamo le scale del condominio in silenzio, lei davanti e io dietro. Sta sorridendo, lo so anche se non riesco a vederla in faccia, perché avverte quella curiosità elettrica che irradio. Al secondo piano si ferma davanti a una porta grigia.
«Sai chi abita qui?», mi chiede la mamma.
Annuisco. È la casa di Giovannino, anni sei, il bambino con le camicie a quadretti della Caritas. Il bambino delle collette per la merenda. 
Bussiamo e dopo pochi secondi la faccia tonda e un po' assonnata di Giovannino si incastra nello spiraglio della porta. Poi riconosce la mamma e spalanca tutto: occhi, bocca, porta.
Il soggiorno è decorato con lucette intermittenti e campanellini, palline spaiate, babbi Natale un po' sgualciti, una renna di peluche dal pelo scompigliato. Su un tappeto logoro ci sono quaderni e libri. Sulla tavola i bricioli di una colazione recente.
«A Giovannino piace tanto leggere, sai?», mi dice porgendogli il pacchetto colorato. Intanto dalla cucina è comparsa anche la mamma di Giovannino.
Dalle buste mamma estrae dei vecchi giornalini che avevo dimenticato, vestiti per Giovannino, alcune scatole di pasta, biscotti, tonno, pane in cassetta.
Giovannino strappa la carta del suo regalo, la scava come un cucciolo che vuole continuare a giocare. Emette gridolini di gioia quando vede i libri, abbraccia la mamma, si mette a sfogliarli avido, ringrazia ancora la mamma, poi me.
Ci fermiamo quasi un'ora a casa loro, sommerse dalla loro felicità. E dentro di me sento quella sensazione tutta nuova, inesplorata. Il piacere di cui parlava la mamma. Un piacere che si allarga dentro di me, che mi riempie completamente e mi fa sentire grande e piccola allo stesso tempo.
Mentre usciamo mi sembra che tutto il mondo brilli di polvere magica.


È il Dicembre del 2000, la vigilia, esattamente, e ho ventidue anni. 
Le mie mani riempiono piatti di plastica. Arriva Pino, per primo.
«Lasagne?», chiede. È un ometto basso. Risiede all'angolo tra il negozio di calze e la caffetteria insieme al suo cane, Argo. Letto cartonato. 
Gli passo un piatto fumante. 
Dietro di lui aspetta Rosa, occhi grandi e liquidi, dilaganti. È la donna degli stracci. Ringrazia per le lasagne e subito si mette a confabulare di qualcosa con il suo vicino al tavolo. 
La sala della mensa dei poveri è piena di gente in fila per la sua porzione di lasagne e pollo arrosto. Un vera cena da vigilia di Natale. Li guardo e sono felice. Mi godo quella sensazione che ho ormai interiorizzato, che non è più nuova, ma che non smette mai di sorprendermi. 
E tutta la sala brilla di polvere magica.









mercoledì 9 agosto 2017

Almeno per un momento, di Giulia Romoli

Dall'altra stanza arriva un grido. Fuori è notte, il tuo orologio segna le tre e venti. Ti giri su un fianco, pensi che prima o poi  smetterà. Ma il grido si ripete. Aiuto. Per favore, aiutami. Schiacci la testa sotto il cuscino, le urla sono solo più sottili. Ti prego, ti prego, aiuto.
Ti alzi e ti accorgi che fa caldo in casa. Hai di nuovo dimenticato il riscaldamento acceso.  Lei non lo avrebbe fatto, lo avrebbe spento prima di andare a letto. Non dimenticava nulla, prima.
Nel corridoio le grida sono più forti, apri la porta della stanza e la sua figura ti appare deformata nell'oscurità, rigida, ha una mano alzata come per difendersi, indica l'orologio sul suo comodino.
Falle smettere, Marco. Vogliono uccidermi, falle smettere.
Stacchi veloce la presa dell'orologio e le luci si spengono. Lei ti crolla tra le braccia appena ti siedi sul letto. Ha la maglietta bagnata di sudore e i capelli incollati al viso.
Domani, ti riproponi, imposterò il timer sul termostato.
Alle undici di mattina suona il campanello.  Scatti in piedi appena ti accorgi che fuori c'è il sole e tu non dovresti essere lì, ancora a letto. Spalanchi la porta della sua stanza: lei non c'è. Il letto è rifatto alla perfezione, nemmeno un piega. Scendi veloce le scale, la cerchi in cucina, nel bagno. Il campanello suona di nuovo, lo avevi dimenticato, ti chiudi con un nodo la vestaglia, ti guardi di sfuggita allo specchio, sistemando i capelli grigi dietro le orecchie, sono troppo lunghi, il barbiere, maledizione, devi ricordarti di chiamarlo, ma cosa ti viene in mente, adesso, devi trovare lei, aprire la porta, devi...
Accanto a tua moglie c'è una donna giovane, in divisa. Le tiene una mano sulla spalla.
Farfugli qualcosa mentre la donna ti chiede se la persona accanto a lei è Marta Corbi. La signora abita qui? Mentre ti parla noti una macchia di fango sui pantaloni del pigiama di Marta. Glieli hai messi puliti solo ieri sera.
 Mi scusi,  mi scusi davvero, io credevo di avere chiuso a chiave la porta di ingresso, forse ho dimenticato, la notte dormiamo poco. Siamo soli, qui, io e lei.
Signor Corbi, sua moglie sta bene, ci hanno chiamato dal negozio di fiori qui vicino, la conoscono.
Sì, le piacciono i fiori.
Quando vi sedete a tavola lei non vuole mangiare. Non ho fame, dice. Incrocia le braccia e ti fa il broncio. Guarda che più tardi viene il dottore e glielo dico che non hai mangiato, minacci. Prendi la forchetta e infilzi due ravioli collosi, apri la bocca, le dici, di più, insisti, di più!
 Lei si volta lentamente, le braccia sempre incrociate sul petto magro, ti guarda con aria di sfida.
Di più non riesco, Katia.
Scagli il piatto contro il muro.
 Maledizione, non sono Katia, non lo vedi? Non lo vedi che sono tuo marito?
Lei ti guarda spaventata, trema dentro a quel corpo fragile e tu la abbracci. Non è colpa tua, le dici mentre la culli, non è colpa tua, ripeti.
Senti il suo corpo che trema sotto di te, sta piangendo.
Ricomincia  a urlare, quel grido ti lacera, ti tappi le orecchie ma non riesci a non sentirla, Katia, urla, la mia bambina, me l'hanno ammazzata. Torneranno, lo vuoi capire? Torneranno e prenderanno anche me, e non sai, non capisci quanto davvero sappia, quanto davvero si ricordi, sai solo che ti ferisce le orecchie, piantala!, le urli tu, inciampi in una sedia, quasi cadi, ma ti reggi al tavolo con le mani.
Corri in cucina e le prendi le medicine, versi l'acqua in un bicchiere, estrai il contagocce, una, due...cinque...dieci, conti veloce.  Ti fermi. Lei continua a urlare, dondolandosi avanti e indietro. Guardi quel corpo che si sta rimpicciolendo sotto il tuo sguardo,giorno dopo giorno, ora dopo ora.  Butti il contagocce nel lavandino e rovesci nel bicchiere tutto il flacone.
La afferri per le spalle. La devi piantare, Marta, verrà su tutto il vicinato, se non la pianti.
Portami da Katia, portami dalla mia bambina, ti prego!
Va bene, calmati e ti ci porto. Più tardi, però, quando ti sarai calmata. Ti porto io.
Cos'è?, ti chiede quando le  porgi il bicchiere.
Solo un po' d'acqua, Marta, bevi. Così ti calmi.
Ma è amara!
Ti sembra così perché hai pianto. Bevi.
Posa il bicchiere vuoto davanti a sé.
Sei un bravo ragazzo, ti dice.
Te lo disse anche il primo giorno che vi siete conosciuti. Chiudi gli occhi e lei ha quel vestito a fiori , era così bella, tu le sei accanto, felice, maledettamente vivo, pieno di futuro, per sempre, per un momento.  
Almeno per un momento.
Quando apri gli occhi fuori è di nuovo notte e il tuo telefono segna le due e quarantacinque. Sei sudato e ti fa male il collo, ti sei addormentato sulla poltrona. C'è caldo in casa, di nuovo hai dimenticato di impostare il timer del termostato. C'è anche silenzio, in casa.
Ti alzi e vai in camera, apri l'armadio e tiri fuori il completo di velluto, lo indossi e ti accorgi che ti sta grande, anche tu sei rimpicciolito. In bagno ti sistemi i capelli, li spingi indietro con il pettine.
Scendi le scale e ti avvicini al telefono. Componi il numero con lentezza.  Dopo molto tempo risponde una voce impastata dal sonno.
Pronto? 
Una pausa. Senti il rumore di un interruttore, un fruscio di vestiti, un bambino che piange.
Papà sei tu? Si sono svegliati i bambini, scusa, ma che succede?

Katia, riesci a dire alla fine. È per la mamma ...




venerdì 14 luglio 2017

Fernanda, Giulia Romoli

“Vacci piano, che così ti porti via un dito, eh!” gli dice Josè dall'altra parte della cucina. I vapori delle pentole gli impediscono di vederlo, ma dal tono della voce Fernando sa che sta ridendo. Guarda il coltello e le sue unghie che vorrebbe laccate di rosso, come la sera. Ma è giorno, a João Pessoa. E di giorno si indossano i pantaloni.
Josè è bello:  Fernando vorrebbe perdersi in quegli occhi ubriachi di notti insonni, desidera le sue mani sopra di sé, sopra un corpo ancora acerbo. Vorrebbe lasciarlo quel lavoro che trasuda grasso dalle mattonelle, che  sa di fritto sulla pelle, di pentole incrostate, di verdure marce, di carne putrida. Ma che profuma di Josè, della sua pelle di bronzo, dell'accenno di barba sugli zigomi. E mentre affetta le verdure cerca il suo sguardo, cerca una conferma. E Josè alza gli occhi, lo guarda, si avvicina. Indica una cameriera appena fuori dalla porta e sorride.
“Se tutto va bene quella stasera me la faccio ...", dice Josè.
"Non mi sembra granché", (risponde Fernando).
"Tu scherzi, vero? Glielo hai visto il culo?"
"Ce ne sono di meglio"
"Ma che, non sarai mica frocio?"
“Il tuo turno è finito!” gli dice qualcuno toccandogli una spalla. Fernando si toglie lentamente il grembiule ed esce senza dire nulla.
Nella notte brasiliana cammina sicura sui tacchi, mentre una pioggia vivace di luci le bagna i capelli. La città è colorata, è viva. Gli si mostra come un vestito di paillettes, luccicante ovunque volga lo sguardo. La incanta, la inebria. È ricca di possibilità e lei le vuole cogliere tutte. Per l'Avenida affollata del barrio della Torre ride, è felice, è Fernanda lì e può dimenticare le pentole, la puzza. Può dimenticare Josè.
Una macchina accosta al marciapiede. Dentro un gruppo di ragazzi ridono, ubriachi.
“ Vuoi un passaggio, bella?” dice quello alla guida.
Un altro dietro abbassa il finestrino e ride.
"Non lo vedi che è un maledetto veado?"
Fernanda quella voce la conosce e si tira indietro spaventata, tenta di coprirsi il volto, rifugiandosi nell'ombra, ma ormai è tardi, Josè l'ha vista. Mentre l'auto riparte, lui si sporge dall'auto, la bocca spalancata, e Fernanda lo segue fino a che la strada non ingoia la sua figura.
Il giorno dopo la cucina accoglie Fernando in silenzio, nessuno parla, l'aria è vischiosa e immobile. È Josè il primo a rompere quella che agli occhi di Fernando sembra una fotografia, posa il coltello con forza sul tagliere, si avvicina e il tempo svanisce nell'attesa di un gesto. Entrambi alzano le mani, il primo per attaccare e il secondo per difendersi, e in quel momento Fernando ha di nuovo sei anni e davanti allo specchio nella sua stanza lascia cadere le noci di cocco che teneva premute sul petto, alza le braccia sulla testa, ma sua madre lo colpisce lo stesso con tanta violenza da farlo cadere a terra.
"Mamma, ti prego" bisbiglia Fernandinho  steso sul pavimento unto della cucina.
"Non ti voglio nella mia casa", urla sua madre.
"Non ti voglio nella mia cucina", urla Josè.
Il tempo si ricongiunge e le luci del neon gli lacerano gli occhi.
Fernanda è nella sua stanza, si sta vestendo per uscire. Ammira allo specchio la sua nuova nudità: i piccoli seni, le natiche gonfie. Ancora un po' di sofferenza sulla pelle, ancora il ricordo degli aghi. Ma il dolore della bellezza non le fa paura. Rifinisce gli occhi, passa leggera il rossetto, va incontro a una nuvola di profumo.
Il marciapiede quella sera la accoglie e la invita al suo nuovo spettacolo. Si mostra agli uomini, manda baci divertita alle sue compagne. Un passante le tocca la spalla, le chiede un po' del suo tempo, le indica una macchina. Ha qualcosa di commovente negli occhi e le mani rassicuranti.
“Ti faccio un po' di sconto se ti fai chiamare Josè”, gli dice seguendolo.
“ E io, come ti devo chiamare?”
“ Io sono Princesa”.     


sabato 17 dicembre 2016

io non faccio rumore

Io non faccio rumore.
Amo il silenzio, l'eco dei miei pensieri che si infrangono.
E io non faccio rumore.
 Mi vesto di quiete e ti passo accanto, invisibile, sono una comparsa fuori dalla scena.
Eppure io non faccio rumore.
Sono il vento che piega l'erba, disperde le foglie, rovescia le pagine di un libro.

Ma io non faccio rumore.
Sono presenza.





Foto: Francesco Romoli

giovedì 31 luglio 2014

Il senso degli opposti: Molinella 09/09/12. Parte 2

Il Pac 750 xl si aspettare sulla pista solo pochi secondi. Aspetto il mio turno sotto il vento caldo dell'elica. Addio acconciatura, dico, ma nessuno mi sente e non riesco a far ridere nemmeno me.
Una volta partiti però mi invade una strana tranquillità. Sono ben imbracata,dopotutto, anche se so che le ovaie ne risentiranno. L'aereo sale rapidamente in quota. Nemmeno l'altitudine e le orecchie che iniziano a fischiare mi mettono in agitazione. A confondermi c'è anche il rumore del motore che va a coprire quello sordo dei miei battiti. 
Sotto di me i campi rettangolari, le strade e le macchine si rimpiccioliscono fino a che non riesco a scorgere la linea d'orizzonte e il mare. Guardo dal finestrino estasiata. E poi non è che possa fare molte altre cose, nemmeno girarmi, lo spazio è strettissimo. Qualcuno si lamenta per il caldo e una ragazza apre il portellone per far entrare un po' d'aria fresca, tranquilla, come se fossimo in auto e non su un aereo che vola a 3000 metri a una velocità di 200 chilometri orari.
Mancano pochi minuti al lancio: Il mio migliore amico per trenta minuti mi stringe ancora un po' le cinture, si aggancia a me e mi infila gli occhiali. Ho il dovere di ricordargli di fare con calma e non dimenticare nulla. L'aria è rarefatta, sulla pelle il freddo è asciutto, e anche la tensione è sparita del tutto, si è scomposta in particelle più piccole, staccate via dal corpo come scaglie, diluendosi nell'aria. Scivoliamo veloci dal nostro posto fino all'apertura del portellone. Ho le gambe nel vuoto, il vento sul viso, mi sento sospesa, corpo e mente. Mi concentro sulla posizione da tenere, testa all'indietro e gambe sotto l'aereo. Mi ritrovo nel vuoto senza sapere come ci sono arrivata. Una capriola in aria e stiamo precipitando. Scendiamo a 50 metri al secondo e la pelle del viso mi tira tanto che ho paura che prima di toccare terra mi si staccherà. Penso a quell'istante in cui ti tuffi ed entri in contatto con la superficie dura del mare, quando il naso si riempie di acqua e il sale pizzica la gola, e non riesci a respirare. Ma qui il tempo si dilata, elastico, e quell'istante è un minuto intero in cui tutti gli elementi della terra sono lì con me: l'aria che mi abbraccia forte, l'acqua in lontananza, la terra ai miei piedi, il fuoco nelle vene. E capisco che se non riesco a respirare non è per paura, ma per lo stupore di avere il mondo ai miei piedi e per la sensazione, così forte, di riuscire anche solo per un istante a dominarlo. Il corpo scompare, si annulla per le forze che premono, contrastanti, l'una a spingere verso il basso, l'altra a sorreggerti.
Una tocco sulla spalla mi ricorda del ragazzo-video che mi sta di fronte, ma io non voglio sorridere alla me che guarderà il video, voglio regalarle per sempre quello sbalordimento, quel senso degli opposti che scopro dentro di me: paura e sicurezza, immobilità e movimento, cielo e terra, sogno e realtà. Tutto quel mondo rinchiuso tra le mie mani, che si muovono libere nell'aria.
È il colpo del paracadute che si apre a riportare indietro i mie pensieri, a ricordarmi dove sono. E chi sono.
Saliamo di qualche metro per poi discendere nuovamente, un declinare che adesso appare dolce, rilassato.
Il mio migliore amico per ancora dieci minuti mi fa la mappa di quello che sta sotto ai miei piedi. Mi indica l'hangar, parlando in continuazione, e finge di farmi tenere il paracadute per un po'. Mi faccio trattare come una bambina, lanciando anche un gridolino per una sua brusca virata.
Arriviamo a terra e siamo fermi dopo un solo metro sull'erba. Ci  rimettiamo in piedi e mi stupisco di tenermi tanto bene sulle gambe. Tolti gli occhiali e recuperata la stoffa del paracadute, mi allontano con passo fermo: non mi sono mai sentita meglio. Con la mente pulita il mondo sembra più brillante, più vero.
Gli occhi scivolano in su ancora un attimo. L'azzurro è così intenso e fermo.
Da oggi so che guardare il cielo non sarà più la stessa cosa.


martedì 22 luglio 2014

Il senso degli opposti: Molinella, 09/09/12. Parte 1

La tensione sale non appena metto piede a terra e uno Skyvan truccato da Nemo, il pesce della Disney, ci sfiora la testa. Guardo mio fratello, che non so come ha fatto a convincermi, mi dico. Un salto con il paracadute da 4200 metri. Io che non monto nemmeno sulle montagne russe. Io che ho paura persino del Topozorro.  Poi con la mente torno alla sera in cui gli ho detto: lo faccio!, ai nostri visi arancioni di tramonto e stanchezza, a quel suo dirmi che da lassù tutte le cose, anche i pensieri, si cambiano d'abito e i problemi diventano di colpo insignificanti. Il corpo sparisce e sei solo mente.
Qualcosa del genere.
Lui scende dall'auto paracadute e famiglia, io faccio due parole con la mia e con le altre due persone che proveranno oggi insieme a me l'ebbrezza del tandem, vale a dire il lancio dal paracadute agganciato a un istruttore. Stanno sbadigliando, e concludo che sia stata proprio la loro mancanza perenne di riposo ad averli convinti.
Così motivata faccio un'ora di fila per il check in e compilo il foglio dopo avergli dato solo un'occhiata distratta, ignorando di proposito le parti da firmare in cui il circolo non si ritiene responsabile di. Incidente? Morte? Non voglio saperlo. Ormai ho deciso di fare una cazzata e questa è decisamente una cazzata vestita a festa.
L'interno dell'hangar è un delirio di vestiti sul pavimento e un traffico di corpi e zaini. Sembra di essere a Malpensa in un giorno di sciopero. Ragazzi e ragazze in costume,con le tute da lancio infilate a metà, scalzi, spettinati. Alcuni ripiegano il paracadute, altri scrivono il proprio nome con il pennarello sul tabellone dei voli. Ogni tanto, da un altoparlante, qualcuno chiama i nomi per il volo, avvisa che è disponibile il servizio bar e comunica cose curiose sulle quali non voglio indagare troppo: avvertenza sanitaria, qualcuno ha ingerito per errore le pillole di Viagra...
L'ambiente è sporco, caotico e decisamente divertente. Mi sento subito a casa.
Mentre aspetto il mio turno vado vicino alla piscina, mi faccio due foto (delle quali mi pento subito dopo lo scatto), osservo gli altri paracadutisti scendere come pallottole colorate e mangio qualcosa. Vietato bere alcolici prima del lancio, recita un cartello. Rimando il brindisi a più tardi, quando, in fin dei conti, avrà anche più senso.
Sono le due del pomeriggio quando chiamano il mio nome.
Mentre finisco di prepararmi, più psicologicamente che altro, scopro che oltre al mio istruttore, che decido di chiamare Il mio migliore amico per trenta minuti, si lancerà al mio fianco anche un ragazzo-video.
Hai firmato per averlo, dice, non ricordi? La telecamerina mi fissa con il suo enorme occhio dal casco.
Mi stendo in faccia il sorriso migliore che riesco a fare e annuisco, poco convinta. Chissà che altro ho firmato, penso.
Il mio migliore amico per trenta minuti è molto giovane. Mio fratello prova a rassicurarmi sul numero di lanci che ha già fatto, ma le referenze in quel momento contano e non contano. Anzi, non contano affatto. Conta solo la sensazione di sicurezza che è in grado di darmi. E decido di dargli fiducia. Non che abbia molte altre scelte.
Mi spiega a cosa servono delle cinghie che mi sta allacciando, cosa faremo sull'aereo e cosa invece durante il lancio. Parla lentamente, in modo chiaro e guardandomi negli occhi e sento che le mascelle si rilassano e la bocca si distende tutta. Il corpo ancora oppone resistenza.
Il mio migliore amico per trenta minuti passa poi a illustrarmi i codici manuali.
Indice e medio: sposta la posizione delle gambe durante la caduta; mano avanti e indietro ripetutamente: rilassati; tocco su una spalla: vuoi sorridere alla telecamera per piacere?
Riguardando il video, in realtà, durante quei cinque minuti che impiega a imbracarmi  sembra che sia io a spiegare delle cose a lui, ma non ricordo neanche una parola di quello che gli ho detto. Brutto segno.

Dopo la vestizione cammino come Robocop fino alla navetta che ci porterà sull'aereo. Ottengo un posto privilegiato accanto all'autista. Dietro, il resto del branco. Alla prima buca una voce urla: ma chi ti ha dato la patente, Paperino?  Chiudo gli occhi per non vedere la fifa che sento salire come un palloncino pronto a esplodere.