Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)
Visualizzazione post con etichetta Recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensioni. Mostra tutti i post

lunedì 22 gennaio 2018

Il libro dell'acqua, Eduard Limonov

Il 2018 per me è iniziato in Russia. O meglio, in Ucraina, a Kharkov. Qui comincia la storia di Limonov. Personaggio controverso, definito scrittore e politico russo. Ma dirlo così è riduttivo. Limonov me lo ha fatto conoscere Carrere, che ha scritto la sua splendida biografia. Passare a leggere Il libro dell’acqua è stato un passo necessario.
Eduard Limonov, il cui vero nome è Eduard Veniaminovich Savenkonasce, nasce in Russia come poeta. Diventa scrittore grazie al libro Io,Édichka, in Italia uscito con il titolo Il poeta russo prefisse i grandi negri, a cui seguiranno altri libri, sempre autobiografici. Nel 1991, dopo anni passati prima a New York, poi a Parigi, torna in Russia dove fonda un giornale, Limonka, e un partito , il Partito Nazional Bolscevico. Nel 2001 viene arrestato con l’accusa di terrorismo e traffico di armi. Viene rinchiuso nel carcere di Lefortovo, dove scrive proprio questo libro, Il libro dell’acqua.
La struttura è semplice: si tratta di piccoli brani dedicati a tutte le acque che ha visto e in cui si è bagnato nel corso della sua vita: dai mari ai fiumi, dagli stagni alle fontane per finire alle saune. Non c’è un ordine cronologico, come lui stesso scrive: “Questi miei ricordi si possono leggere a partire da qualsiasi pagine e seguendo qualsiasi direzione. Nuotano nell’eternità, non hanno bisogno di dimensioni perché sono disciolti nell’eternità”. 
A leggerlo, Limonov appare proprio quel grande egocentrico di cui tutti parlano. E probabilmente lo è. La sua egosfera è di proporzioni cosmiche e mai in discussione. Ma forse, e dico forse, è proprio questo che lo rende un bravo scrittore. No, non uno scrittore eccelso, ma ha occhi da scrittore e non ci sia lascia abbindolare dalla sua narrazione di imprese incredibili, che tuttavia non ho alcun problema a considerare in larga parte vera. Si fluttua tra mari e fiumi e il viaggio è oltremodo piacevole. Sa come affascinare e, sebbene talvolta calchi un po’ troppo la mano, il quadro complessivo è riuscito. Ha un buon utilizzo delle immagini e uno sguardo privo di condiscendenza. Ci sono descrizioni di luoghi senza pietà, come la spiaggia di Ostia o la fontana di Trevi, che Limonov liquida così:  “Di per sé la fontana non era nulla di speciale. Una costruzione acquosa, vischiosa, ossidata. Sulle cartoline fa miglior figura”. È uno sguardo immediato, quasi bambinesco, del tutto capace di irritarti e irretirti allo stesso tempo. 
Alcuni brani sono coerenti, seguono la narrazione dell’acqua, altri si perdono nell’esosfera limonoviana, ma questo non li rende meno affascinante. Una presenza costante nelle sue narrazioni sono le donne. E la guerra. Come se queste fossero le uniche vie di accesso alla gloria. E se da una parte leggiamo un Limonov sempre più innamorato e distrutto dall’amore, dall’altra c’è l’uomo che combatte solo per il gusto di combattere, perché la guerra è una droga, come le donne. 
Personaggio controverso, lo ripeto, scrittore controverso e controcorrente, che si auto definisce “l’autore dei migliori libri della controcultura occidentale” in uno dei suoi (frequenti) attacchi di mania di grandezza. Ma dopotutto scrive: “Incoraggiate la mania di grandezza! Coltivate in ogni modo la vostra differenza dagli altri. Non c’è nessun senso ad assomigliare a questa marmaglia”. 
Una vita vissuta a 360 km orari. Forse davvero una vita di merda, come dice a Carrere nella sua ultima intervista. O forse esattamente la vita di merda che voleva. Resta il fatto che Eduard Limonov non riesce a passare per occhio. Una volta entrato, difficile venirne fuori. 
“È esattamente questa la vita che ho voluto:”, scrive ”caledoiscopica, arrischiata, sfavillante”.

E io non ho alcun dubbio. 




mercoledì 10 gennaio 2018

Diario I, Anaïs Nin

Parigi, inverno 1931. Anaïs Nin conosce Henry Miller e la sua vita cambia radicalmente. Come lei stessa scrive, verrà gettata nella realtà. Un punto di svolta importante, un punto da dove iniziare a raccontare un percorso interiore che non finirà mai, la accompagnerà fino alla morte. 
Anaïs ha 28 anni, ha appena pubblicato un saggio su Lawrence, vive a Louvenciennes con sua madre e i fratelli, gioca a fare la piccola borghese. Ma sente che i vestiti anonimi, i tè pomeridiani e le piccole occupazioni domestiche le stanno strette: lei ha un fuoco, dentro, che vorrebbe far divampare, bruciando tutte quelle convenzioni di cui il suo mondo è intriso. La miccia è proprio Miller: un uomo geniale, ma brutale, terreno, caotico. Lo è nella vita che conduce, da perfetto bohémien, lo è nella sua scrittura, che è una colata di lava continua e che affascina Anaïs tanto da tenerlo sotto la sua ala protettrice per anni. Lo ascolta mentre parla di June, sua moglie, una donna passionale e misteriosa, bugiarda, forse tossicomane; lo ascolta mentre parla delle sue idee, le mostra i suoi appunti, la porta in giro per sordidi locali notturni, a bere, fumare, conoscere prostitute. Ecco, la vita che vuole la giovane Anaïs, quella di Henry, quella bohémien, quella del vero artista. E ogni sera, tornando a casa da una cena, da un giro per le strade fredde di Parigi o da una seduta con il suo analista, Anaïs scrive, si abbandona al suo migliore amico, il diario, la sua droga, il suo oppio, come lo descrive a tutti, lo riempie di ritratti, di pensieri, indugia sull’autoanalisi. Nei tre anni di questo primo diario, che va dal 1931 al 1934, scrive di ogni persona che conosce nei suoi anni parigini, descrive l’amore per June, la sua analisi con lo psicologo Allendy, trova spazio Artaud, Otto Rank. Ma sopratutto suo padre, il grande pianista, l’uomo che per prima la ha abbandonata, causandole tanta infelicità e insicurezza. 
Tutte queste persone, nel diario, diventano personaggi. Tutte le sue avventure, il dramma rappresentato. 
Bellissimo lo stile, così poetico e immaginifico, un’andatura che potrebbe essere la stessa del corpo esile e fragile della Nin: leggera, a volte sicura, spavalda, altre invece titubante. 
Anaïs donna, Anaïs figlia, Anaïs amante, Anaïs artista. Anaïs che ama sempre e comunque tutti e si prende cura di tutti, come una madre. Anaïs che vuole decidere della sua vita.

“La vita ordinaria non mi interessa”, scrive. “Cerco solo i grandi momenti. Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono”.






giovedì 28 dicembre 2017

Come diventare vivi, un vademecum per lettori selvaggi, G. Montesano

Come si fa a diventare vivi? Ma prima di tutto, cosa significa?
Ci alziamo la mattina, caffè, doccia, auto, lavoro, poi di nuovo a casa, cena veloce, un film sul divano per rilassarci, ce lo meritiamo, no?, dopo una giornata così faticosa, sempre di corsa, magari una sbirciatina a Facebook per salutare gli amici, guardare qualche foto… poi a letto. 
E la mattina si ricomincia. 
In questo lasso di tempo, meno di 24 ore, cosa ci fa sentire vivi?
Montesano, in questo librettino di poco più di 150 pagine e che sembra leggero come il volo di una farfalla, ci pone in realtà un grande interrogativo. 
E risponde: Anche nella prigione dei giorni in cui tutto sembra impossibile, anche nella mia miserabile paura di vivere. Io voglio rinascere…E comincerò dalla frase interrotta, e scenderò in quel mare in cui le ferite mal curate si schiuderanno come bocche innamorate , e faranno entrare in quella realtà in cui si vive senza sprecare la vita… 
Vivere davvero è non sprecare la vita. E per non sprecare la vita dobbiamo fare quello per cui siamo programmati fin dalla nascita: pensare. E per aiutarci a pensare dobbiamo leggere davvero, ascoltare davvero, guardare davvero. La formula di Montesano è semplicissima: troviamo (imperativo) il tempo per leggere, per vivere, per amare. 
Ma per far questo bisogna fare attenzione: attenzione a non rifiutare l’estraneo, perché è proprio questo che allarga la nostra mente; attenzione alle parole che leggiamo, solo così potremo leggere in profondità e avere rivelati il mondo e noi stessi; attenzione alle nuove tecnologie che ci inducono ad entrare nel mondo della chiacchiera, a ignorare le cose che contano davvero, distogliendoci dall’allenare le nostre menti; attenzione soprattutto a non diventare dei doxosophoi,  sapienti solo nel dire la propria opinione. E così, pagina dopo pagina, Montesano ci ricorda che leggere i maestri, Dostoevsky, Shakespeare, Pirandello, Dante, ascoltare i maestri, Beethoven, Wagner, guardare i maestri, Picasso, Botticelli, ci aiuta in questa operazione di risveglio. 
Ma bisogna volerlo. Dobbiamo voler vivere, voler essere uomini, volere la verità. E chi vuole la verità, come dice citando Platone, bisogna che sfreghi tra di loro le idee con le cose a cui si riferiscono, le sensazioni con le idee, le cose con le sensazioni, le visioni con le idee, le parole con le immagini, le parole con le idee e le immagini con le cose, domandando e rispondendo in discussioni benevole e senza odio, e il cui oggetto non sia la mia o la tua verità, finché, da questo sfregare parole con idee e idee con cose, non sprizzeranno, come da sassi fatti cozzare tra di loro, scintille di fuoco che accenderanno la conoscenza. 
Wow. Impossibile dirlo con parole migliori. 
Quello che ho trovato in questo libro è stata una sorta di incoraggiamento. Non tanto per leggere in modo selvaggio, quello lo faccio già da tempo, ma per non smettere di farlo.  Come se l’autore alla fine delle pagine mi avesse detto: ok, finora hai fatto un buon lavoro, ma non rinunciare, non entrare nella zona confort, non farti prendere dalla falsità marcisca della nube della chiacchiera, non ascoltare i guardiani del penitenziario emotivo.  
Vai. 
Leggi, ascolta, guarda. 

Vivi. 



lunedì 11 dicembre 2017

Nelle terre di nessuno, C. Offutt, una quasi recensione

Quest’anno, al Pisa Book Festival, sono andata decisa su quale libro comprare: Lincoln nel Bardo, il nuovo romanzo di Saunders. Dopotutto, la Minimum fax è presenza fissa, in quanto editore indipendente. Mi infilo quindi tra la folla decisamente numerosa delle sei della domenica pomeriggio e, mappa alla mano, trovo lo stand. Do un’occhiata veloce sul banco e non lo vedo: strano, penso, s’è appena vinto il Man Booker Prize questo libro, e non è in pole position? Allora faccio la scema e chiedo: ma dove li tenete i libri di Saunders? La ragazza si spacca in quattro per mostrarmi la nuova bellissima copertina di Dieci dicembre. Poi mi mostra Nel paese della persuasione. Sì, le faccio, questi li ho già, cercavo il romanzo, quello nuovo. 
Ah, mi fa lei, ma quello non è nostro! È Feltrinelli! 
Come Feltrinelli? Avete pubblicato tutto Saunders finora e il romanzo è Feltrinelli? 
La ragazza mi guarda con un mezzo sorriso. Fanno sempre così, mi dice. Li scopriamo noi e poi quando sono già famosi se li prendono e li fanno vincere lo Strega… e mi mostra la nuova copertina di Sofia si veste sempre di nero, di Cognetti. Sto quasi per andar via, delusa e rammaricata per la povera casa editrice scopritrice di talenti a cui fregano i romanzi all’asta, quando sollevo una copertina rossa e un nome nuovo. Diciamocelo: io, i titoli della Minimum fax li conosco tutti, anche prima che escano in libreria. Ma quello no. Quello mi è nuovo. Chi è? , chiedo alla ragazza. Lui è bravo, mi fa mentre cerca di ascoltare la signora accanto a me che ha due libri in mano. Ma questo com’è?, bela la tizia. Ha in mano A pesca nelle pozze più profonde. Rispondo io. Questo è per gli addetti ai lavori, signora. Vuole un Cognetti? Si prenda Sofia e non ne sarà delusa. La signora mi dà retta, paga Sofia e se ne va. Io resto con Chris Offutt in mano. Nelle terre di nessuno. Quarta di copertina: 

Insomma, quel vento portò l’odore di Dorothy in tutto il bosco, e l’odore attirò un orso. D’inverno dormono, e quando si svegliano sono così affamati che si mangerebbero un’incudine. L’orso la seguì per un quarto di miglio e Dorothy non se accorse mai. Forse cantava, non lo so. Per una donna cantare per la propria bambina è naturale come per un orso mangiare carne. Non si può dare la colpa alle colline per quello che ci succede in cima. Qualcuno incolpa Dio, ma non credo che lui si preoccupi troppo di quello che succede lassù.

Tra poco esploderà anche lui, mi fa la ragazza. Come Cognetti e Saunders. Abbiamo già intenzione di pubblicare altri suoi libri. insomma, inutile dirlo, mi convince al volo, sgancio il contante e me lo infilo nella borsa. 
Non amo leggere le recensioni prima di iniziare un libro, quindi, una volta a casa, mi tuffo nelle pagine. Il primo salto, però, è come buttarsi in un laghetto gelato. Nonostante io provi a pestare i piedi, il ghiaccio non si rompe e resto lì, infreddolita e delusa. Ma sono racconti e non mi do per vinta. La perseveranza mi premia. Non tutti i racconti sono ghiaccio che non vuole rompersi. Andando avanti nella lettura inizio a comprendere il mio disagio. In realtà la scrittura è estremamente precisa, lineare, chiarissima. È uno stile che descrive senza trasmettere emozioni. Storia dopo storia, personaggio dopo personaggio, ci si addentra in un Kentucky fatto di alcol, degrado, occasioni perdute, miseria, superstizione. Un mondo che per me era quasi sconosciuto. Molti i racconti riusciti al cento per cento, tra cui Luna calante, Blue Lick e Zia Lith, l’ultima levatrice, uno dei miei preferiti, dove i personaggi finiscono in una spirale ineluttabile di semi follia, in mezzo a credenze antiche come il mondo e rimpianti. Insomma, chiudo l’ultima pagina quasi con sollievo. Ed eccolo, il mio disagio, svelato nella sua elementare forma umana: tutta questa brutalità, questa mancanza di redenzione, questi cattivi odori, cattive azioni, il menefreghismoo, l’alcolismo, la vecchiaia, insomma, questi racconti concentrano tutto quello che un uomo preferisce fingere di non vedere. E qui allora sta la sua forza: costringerti a farlo, farti scendere dalle nuvole dorate in cui vorresti essere leggendo un libro solo per svagarti. Ti presenta la realtà nella sua versione più ruvida. E attecchisce. Eccome se attecchisce. Ti resta addosso una sensazione che bella non lo è affatto, ma sai che è vera. E come al solito se c’è una cosa che apprezzo è proprio questo in un libro, la sua onestà. 
Quindi a Offutt un bel voto, certo. Anche alla mia casa editrice preferita, ovvio. Che come al solito non sbaglia un colpo. 







venerdì 14 luglio 2017

Oro colato, Edoardo Albinati

Ho  letto nel corso di questi ultimi anni un sacco di libri sulla scrittura. Molti sono semplicemente consigli, alcuni veri e propri manuali, si parla di plot, climax, anticlimax, costruzione del personaggio etc. Questi ultimi sono indubbiamente utili per chi come me è alle prime armi, ma del tutti freddi. È il lavoro di falegnameria di cui parla Cerami. Tutta la magia che invece si nasconde dietro all'atto della scrittura vi è quasi negato.
Albinati in questo saggio non scrive solo di magia. Ma riesce in una mediazione che devo dire mi ha colpito molto. Sono le trascrizioni di otto lezioni non di scrittura, ma sulla materia della scrittura.
In modo del tutto inaspettato ci accompagna alla scoperta della nascita di un libro, dal primo spunto che genera il desiderio in colui che scrive, fino all'ultima parola messa nel testo. O cancellata. Il concetto di demolizione è sempre presente, così come quello del sacrificio. Questa idea quasi religiosa della scrittura (o magica) credo sia la mia preferita: dietro ad ogni opera che volge alla perfezione, scrive Albinati, si nasconde un atto essenzialmente di carattere distruttivo. Bruciare incenso, spandere olio, sgozzare il capro. Poco dopo introduce un tema ulteriore: l'officiante in qualche misura diventa egli stesso l'oggetto del sacrificio. Il sacrificante diventa il sacrificato.

Con un stile discorsivo che coinvolge e che, sinceramente, mi ha fatto apprezzare ulteriormente questo saggio, e moltissime idee illuminanti, non posso che raccomandare questo libro a chiunque desideri capire il meccanismo che muove l'uomo a cercare carta e penna. Ma anche semplicemente a leggere un buon libro.





domenica 26 febbraio 2017

L'addio, Antonio Moresco

Tempo fa sono rimasta coinvolta nella discussione dello Strega. Again. Moresco, escluso dalla cinquina dei finalisti con il suo ultimo romanzo, L'addio,  si lamentava pubblicamente.  Mi ha ricordato Pasolini, di cui tra l'altro è stato estimatore e studioso. Avevo letto il libro della Stancarelli, giunto in finale, e altri libri di Moresco. Di Moresco riconoscevo l'indubbia abilità letteraria ( e poi, perché no, mi piacciono pure le sue idee), la Stancarelli mi aveva invece enormemente delusa. Il vincitore, poi, non ne parliamo...
Tutto questo per dire che quando ho aperto, a mesi di distanza, L'addio, ero piena di Grandi Speranze.
Sin dalle prime pagine ho riconosciuto il suo stile secco  e lenitivo  e mi sono entusiasmata. Con il procedere l'entusiasmo però è calato.
La trama è a dir poco coinvolgente: uno sbirro morto, che faceva lo sbirro da vivo nella città dei vivi e continua a farlo da morto nella città dei morti, viene ingaggiato da un certo Lazlo per tornare nella città dei vivi e sterminare il male che sta dilagando e che uccide tutti i bambini in modo atroce. Uno di questi bambini morti lo accompagna nel suo viaggio, per aiutarlo a scovare chi lo ha trucidato.
Ovviamente questo NON è un romanzo poliziesco. Moresco ce lo dice subito, nella prefazione, dove dichiara il suo intento scrivendo questo suo (ultimo?) romanzo. Il tema è molto più grande. Moresco si interroga e ci interroga sulle radici del male, sulla vita e sulla morte, si chiede e ci chiede cosa venga prima e cosa dopo, si interroga sull'amore e ce lo porge come l'unico tocco di colore in tutto il libro.
Assistiamo a tre giorni di sangue, atrocità, facciamo la conoscenza di uomini sadici e senza scrupoli, scendiamo le scale di scantinati, entriamo in aule di asili deserti, bussiamo alle porte di donne che urlano, cerchiamo bambini dentro container.
È la descrizione di un incubo senza soluzione di continuità. Lo stile è quello onirico e le scene sono sia reali che irreali, esattamente come accade dormendo. Questo è la sua peculiarità.
Per gran parte del romanzo continuavo a pensare: perché ci ripete tutto in modo così angosciante?  Perché sempre le stesse domande? Troveranno una soluzione, questi interrogativi? Ovvio che conoscevo già la risposta. Non puoi chiederti Chi sono? , Cos'è la vita e cos'è la morte? o Perché sono qui e ho fatto questo? e sperare di trovare una risposta.
Il tempo e la vita ce li descrive in modo circolare. Tutto è prima e tutto è dopo, perché in realtà non esiste un prima o un dopo, non esiste la morte senza la vita, non esiste il bene senza il male.
Non nego di aver fatto una gran fatica a leggere. A cercare di capire le milioni di metafore con cui inonda il libro. E no, non le ho certo capite tutte. Forse ho solo finto di capire, per trovare una logica in un luogo, questo creato da Moresco, dove la logica non può esistere.  Le infinite e ripetute domande che lo sbirro morto si fa, e non solo lui, ma anche gli altri personaggi, sul significato della vita non trovano risposta. Anche se Moresco vuole farci capire che il finale sia in un certo modo risolutivo, che lo sbirro capisca, Perché adesso so che, dichiara nell'ultima pagina.
Quello di cui sono sicura è che il compito della letteratura è esattamente questo, però: crearci domande, darci una prospettiva diversa della vita, spostare i mobili in quella casa che è il nostro cervello. E Moresco lo fa. Non sono convinta che ci sia solo la critica sociale, tra le pagine. C'è anche la voglia di capire, e farci capire. Ed è questa la forza più grande di Moresco. Non darsi per vinto, esattamente come il protagonista.
Un libro complicato, pesante, dove non è lo stile che colpisce, ma quello che sta dietro, dove lo stile asseconda, non è protagonista.
Un libro da leggere.









giovedì 23 febbraio 2017

Le otto montagne- Paolo Cognetti

La prima volta è stato con Sofia. Ho letto due sole pagine e me ne sono innamorata. Poi ho percorso il fiume al contrario, sono arrivata ai suoi primi racconti. Mi ha sempre colpito il suo stile, così dannatamente preciso. Eccolo, il cavallo di battaglia di Cognetti: quell'incredibile precisione delle parole. Sulla pagina si dischiudono come fiori.
"Le otto montagne" è il suo primo romanzo. Valeva la pena di aspettare che sperimentasse prima con i racconti se questo è il risultato: duecento pagine di meraviglie. Sono le meraviglie del paesaggio, prima di tutto. Ogni valle, ogni fiume, ogni cima ce la descrive come una cartolina. Siamo accanto a Pietro ad ogni passo, abbiamo il suo mal di montagna appena l'aria tende a rarefarsi, sbuchiamo dalla nebbia, salendo, e il sole ci coglie in piena faccia, ci stupiamo insieme a lui della maestosità della natura.
Le altre meraviglie sono quelle umane. Perché sebbene la montagna sia la calamita, i personaggi di Cognetti ci gravitano intorno. Pietro si allontana sempre, ma la sua base sicura è sicuramente lì, in mezzo al nulla, nella sua casa con due grandi finestre come occhi sul lago. Lì riesce a costruire forse l'unico legame davvero forte della sua vita, quello con Bruno, un montanaro. Bruno è quello che resta, Pietro quello che torna. Il romanzo gira attorno a questi due ragazzi, che piano piano si trasformano in uomini, ognuno con il proprio carattere, ognuno con le proprie attitudini, ma entrambi innamorati di un posto che  ci viene dipinto con purezza.

Inutile dire che mi ha fatto venire voglia di mollare tutto e andarmene in montagna. Io che amo la vita comoda e detesto il freddo. Quando uno scrittore riesce a trasmettere l'amore pagina dopo pagina, quando te lo inietta nella mente, allora è un bravo scrittore. Come Paolo Cognetti. 







martedì 7 febbraio 2017

Tutti tranne Giulia, Michela Tilli

La trama è molto semplice: Giulia, insegnante di mezza età, madre di due splendidi figli e donna sposata che conduce una vita apparentemente senza problemi, si suicida.  Michela Tilli ci racconta cosa succede a chi resta, la famiglia in primis, ma anche il suo psicoterapeuta, Da Col, la sua migliore amica, Donata e il maresciallo Di Pietro, incaricato di condurre le indagini sul caso. Tutti vengono segnati da questa nuova assenza, tutti dovranno venirne a patti. Tutti dovranno cercare di scoprire la loro verità per poter continuare a vivere.
Ed è proprio una grande riflessione sul significato della vita, questo libro, che parte dalla sua negazione, la morte, ma la allontana e la avvicina continuamente, così da farci comprendere che non si può parlare del bianco se non si conosce il nero. Ho trovato molto bello avere l'opportunità di vedere come le vite di questi personaggi vadano avanti proprio grazie a questo evento di per sé tragico. Come si trasformino in coraggio di vivere, proprio perché faccia a faccia con la morte. Ma nessuno di loro riflette mai direttamente su questo punto.  Ed è questa la sottigliezza più bella del romanzo. Forse non sarà niente di nuovo, ma questo non rientra nella mia forma mentis di lettrice. Non è mai il cosa per me.
Quindi si passa al come.  E le cose si complicano.
Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo libro, che ha un incipit banale dal punto di vista stilistico. La prosa dell'autrice spesso è piatta, priva di emozione e ciò stride spesso con ciò che vuole dire, che invece per avere un certo spessore dovrebbe caricarsi di patos. Ma spesso non significa sempre ed è qui che sono rimasta imbrigliata. Ci sono pagine davvero molto belle, ricche di poesia. E non solo quella che la defunta lascia segretamente in eredità. Riesce, anche se non pienamente, a coinvolgerti.  Forse avrei avuto meno fretta di scriverlo, questo romanzo. Forse, dico forse, qualche revisione in più l'avrei fatta. Avrei limato le parole, tolto qualche parte didascalica, alleggerito alcuni punti, indagato meglio nelle anime dei personaggi, che spesso restano un po' caricaturali. Ma in generale devo dire che non mi è dispiaciuto. Mi ha fatto riflettere e questo lo trovo il suo punto forte. 

Insomma, devo dire che è comunque il mio genere e se mi capiterà leggerò ancora qualcosa di questa autrice.







giovedì 5 gennaio 2017

Per me non esiste altro, Bernard Malamud

La scrittura come arte, la scrittura come indagine dell'uomo e di se stessi, la scrittura come vita. Sono questi i nodi che compaiono e si sciolgono in questo breve libro dove Francesco Longo ci guida attraverso le parole di Malmud per condurci nella sua stanza segreta, quella in cui uno scrittore è meglio che vada ed è meglio che stia lì dentro e scriva.
Malamud ci offre una panoramica sulla vocazione, sull'immaginazione, sulla moralità della scrittura, sul simbolo di un buon romanzo e lo fa con precisione e chiarezza, consigliandoci come farebbe un padre.
Una delle riflessioni più belle parte dal principio che regge la letteratura, che vede come un modo per arrivare alla comprensione di se stessi e metterci in comunicazione con gli altri esseri umani.  Quindi scrivere ricordandoci dell'anima e dell'umanità dei personaggi, prima di tutto. Essere onesti. L'onestà nella scrittura è una vera e propria legge scritta sulla tavola.  E poi lo stile, che sia libero e sopratutto preciso.
Ogni volta che leggo un saggio di questo tipo la voglia di mettermi alla tastiera è talmente forte che vorrei alzarmi anche in piena notte, e forse è proprio per questo motivo che li leggo. Per ricordare a me stessa che non è del tutto inutile quello che sto facendo. Che il patto fatto con me stessa ha valore, anche se ogni giorno mi chiedo se io abbia il talento. E che provarci, comunque, non è mai una perdita di tempo. Leggere Malamud mi ha confermato che scrivere è un'indagine, di se stessi  e del mondo. È un modo per venire a patti con la vita. E la fatica e a volte il dolore verranno ripagati con la consapevolezza.

Per me non esiste altro, dice. La sintesi di una storia d'amore comune a molti. 





mercoledì 4 gennaio 2017

Canto della pianura, Kent Haruf

Di nuovo a Holt. Di nuovo in questo mondo che profuma di erba appena tagliata e dolci d'avena fatti in casa. Che però odora anche di sangue delle bestie, di birra e sudore.  Il sole illumina allo stesso tempo il terreno ghiacciato dall'inverno e il volto dei bambini che consegnano i giornali nelle prime ore del mattino. È lo specchio della vita, questo libro, la vita che cresce nella pancia di Victoria, così desiderata nonostante le avversità, è la vita di due uomini rudi e solitari che cambia all'improvviso, è la vita di un uomo che ricomincia ad amare ed è quella di due bambini che scoprono il mondo crescendo, che scoprono, appunto, la vita e la morte.
Per celebrare la vita che nasce Haruf mette molte madri tra le pagine. Victoria, che ha soli diciassette anni, Ella, che, depressa, prende la difficile decisione di che lasciare i suoi bambini, la vecchia signora Stearns, che muore nella solitudine della propria casa rimpiangendo il figlio scomparso in Marina. Ma anche la signora Beckam, che insulta e aggredisce chiunque si metta contro il suo ragazzo. E poi c'è un'altra donna, una donna che non ha figli, la signorina Maggie Jones, forse quella che più di tutte incarna la figura materna.
Davvero unici questi personaggi, buoni nelle loro singolarità, generosi nel loro egoismo, giusti nella loro ingiustizia. In una parola: veri. Le loro esistenze si intrecciano, si uniscono contro fronti comuni, rendendoci partecipi del loro mondo. Di più: desiderosi di esserlo.
Non dimentico di aggiungere, anche qui, come in Benedizione, la trappola della provincia, con i suoi pro e i suoi contro, un tema trattato con intelligenza che tocca praticamente  ogni pagina. I pettegolezzi che rischiano di turbare la pace si contrappongono alle generose mani della comunità rurale di Holt, sempre pronta ad aiutare, a consolare, a farti sentire il suo caldo abbraccio.
Di nuovo la prosa di Haruf mi colpisce nella sua elementare complessità. Ricorda la melodia che compare nel titolo, Plainsong, un canto semplice, senza strumenti, ma di grande effetto. E anche le grida di dolore sembrano scomparire nel vento di questo gelido inverno.
Del Canto della pianura dispiace solo una cosa: che duri così poco, che l'incanto svanisca terminata l'ultima pagina, riportandoti alla realtà.
Ma questo è il male di ogni libro.






martedì 20 dicembre 2016

Io odio John Updike, Giordano Tedoldi

Una raccolta di racconti e un romanzo. Sono queste a oggi le fatiche di Tedoldi, scrittore romano del 1971.
Passo di nuovo in rassegna i titoli dei suoi racconti inclusi nella raccolta Io Odio John Updike che ho appena terminato. Bathos, DB9, L'amore freddo... mi chiedo cosa mi abbiano lasciato. Tra le righe si può leggere una strana violenza, verso l'uomo e la società. A prima vista potrebbe sembrare un Bukowski alla romana, peccato che il nostro autore sia un pariolino e l'associazione non regga, quindi.
Tedoldi ha un linguaggio studiato, una voce un po' cupa e  la struttura dei suoi racconti non è lineare. Questo non necessariamente è un male, perlomeno per me, ma la valanga di parole che lascia in queste pagine sembra piuttosto  lo sfogo di un ragazzino ricco, viziato e annoiato. E con molta probabilità lo è. Non mi risulta affatto simpatico e non mi fa fare salti di gioia.
Ogni singolo racconto difetta di un particolare a cui io, lettrice, sono particolarmente attenta: le emozioni. Non c'è amore, in queste pagine. Lo sguardo verso il mondo è vitreo, assente. I suoi protagonisti sono passivi, latenti. Mi stupisce quindi il clamore che si è fatto attorno a questo libro.

Ma forse il mio è un giudizio personale. Ho provato una vera e propria stizza  leggendo, cosa che mi non capita di frequente. Magari era questo l'intento di Tedoldi? Tutto è possibile, anche se resta fermo un punto: questi racconti non mi hanno lasciato nulla, non mi hanno coinvolto, e questo segna un punto a sfavore per lo scrittore romano.  






venerdì 9 dicembre 2016

Benedizione, Kent Haruf

Una sera mi trovavo a casa di amici, cari amici, un gruppo di scrittura con cui ho un legame molto particolare. Uno degli ospiti , Athos Bigongiali, mi ha suggerito questo libro, piuttosto sicuro che mi sarebbe piaciuto. Non era la prima volta che ne sentivo parlare. Un caso letterario, mi aveva detto un altro caro amico, una casa editrice praticamente sconosciuta. Durante il festival della Letteratura di Mantova, proprio nello stand dedicato ai consigli del libraio, eccolo di nuovo lì, con il bollino rosso. Non sono riuscita più ad ignorarlo e me lo sono portato a casa insieme al Lambrusco e alla Sbrisolona. L'ho posato accanto agli altri e ho atteso che venisse il suo turno. Me lo sono portato dietro una sera mentre aspettavo il turno dal dentista. Ed ecco la rivelazione: come d'incanto Haruf mi ha trascinato ad Holt, il paesino di provincia dove si svolge questo libro. Ero al capezzale di Dad,  insieme a Mary,  ho conosciuto Alice, la piccola orfana della casa accanto, ho tifato per Lyle, il reverendo anticonformista che proclama il perdono in tempo di guerra al terrorismo. Questi personaggi sono persone. Ed è qui che la bravura di Haruf si distingue. Ti fa amare questa gente, che diventa la tua gente, sebbene tu non abbia una ranch accanto a loro, sebbene tu non vada in chiesa con loro la domenica. Eppure è tutto così familiare, non già visto, ma vicino al cuore. Davvero un autore fantastico, che con una prosa lieve racconta queste vite banali, quotidiane, ma lo fa in punta di piedi, quasi senza voler disturbare l'incanto che lui stesso crea. Gestisce i problemi morali senza mentire, ci rivela il bene che esiste nell'uomo senza escludere il male.
Un equilibrio davvero da numeri uno.

Inutile dire che non potrò evitare gli altri due libri. 






mercoledì 30 novembre 2016

Carne viva, Merritt Tierce

Già il titolo di questo libro dice molto. È la carne viva che si contrappone a quella morta servita nei piatti che Marie porta su e giù ogni sera durante il suo turno al Ristorante. Ma è anche e sopratutto la carne che vuole essere viva, che lo desidera così intensamente da far male. L'unica soluzione per Marie è allora farsene di più, spingersi oltre per non sentire più quel dolore. Dopotutto il dolore della carne è più sopportabile di quello che porta dentro.
Una vita cominciata con il piede giusto, la sua: voti alti a scuola e la prospettiva  di un futuro brillante. Tutto però finisce presto, a 17 anni, quando rimane incita e partorisce una figlia. Sposa il padre della bambina, un uomo che la ama, che farebbe di tutto per quella nuova, piccola famiglia. Ma a Marie non basta. Oppure non ne è proprio capace. Spingerà la sua vita al limite, tra droghe alcol e sesso, in un oscillare continuo tra vita e morte, desiderio e angoscia.
Le quinte di questa storia sono un Ristorante, con la R maiuscola, uno qualsiasi, uno dei tanti in cui Marie ha lavorato, dove si intrecciano le vite di lavapiatti messicani e camerieri africani. E ragazze americane che ancora non sanno cosa fare con la propria vita, letteralmente.  Ed ecco che lavorare crea quello spazio grigio, di non pensiero, che calma e appaga, nonostante la stanchezza fisica e le umiliazioni subite da uomini che le danno pacche sul sedere o la chiamano Stellina.
Un romanzo d'esordio che colpisce, questo della Tierce, e una prosa al limite del glaciale. Ma non potrebbe essere altrimenti. Non si può descrivere la disperazione in modo disperato. La si può porgere su un piatto e aspettare solo che qualcuno la noti, senza pretenderlo.

Un libro che coinvolge, non ti molla. Perfetto nella sua imperfezione.



giovedì 3 settembre 2015

Appunti per un'orestiade africana, Pier Paolo Pasolini

Una pellicola che non è solo un documentario, non è solo una ricerca antropologica, non è solo un diario di viaggio. Eppure è tutte queste cose insieme. Sono appunti, come dice il titolo.
La voce che commenta è quella di Pasolini stesso che, molto ordinatamente, spiega il suo progetto, lasciandolo volutamente nella forma di progetto. Non è quindi qualcosa di incompiuto, tutt'altro. È una nuova forma che Pasolini adotta non solo nei film, ma anche nei romanzi ( già con Teorema e  la Divina Mimesis, raggiungendo il suo culmine con Petrolio).
L'intento: quello di porre per analogia l'Orestea di Eschilo (composta dalle tre tragedie Agamennone, Le coefore e le Eumenidi)all'Africa libera degli anni sessanta, sopratutto dal punto di vista della tragedia terza, dove le Erinni, le Furie, vengono trasformate  da Atena in Eumenidi. Questo passaggio, questa trasformazione, rappresenta simbolicamente la scomparsa di una parte dell'Africa antica, quella tribale, quella al tempo stesso terribile e brutale, spaventosa e ancestrale, imbevuta dello spirito antico. "L'africano", dice uno degli studenti universitari africani di Roma, intervistati nel film da Pasolini per giudicare la pellicola "contiene una vita interiore molto profonda"
Ed è da quella profondità della vita che Pasolini vorrebbe ripartire, cercando, nella prima parte, nei volti africani, i suoi protagonisti: così cerca nel volto di un vecchio l'Agamennone che torna dalla guerra e in una donna velata di nero sua moglie Clitennestra. Cerca infine il Coro, grande protagonista delle tragedie e insiste sul "carattere popolare " del suo film: "Il grande protagonista deve essere il popolo".I protagonisti devo essere quelli che lui scova in giro per Uganda, Tanzania, lago Tanganika.
Per le Erinni invece ha un'intuizione molto poetica. Non essendo umane, lascia che siano i grandi alberi africani a rappresentarle, e le divinità infuriate sono gli alberi spazzati via dal potente vento.
C'è popi un'interruzione dove Pasolini raccoglie l'idea di una tragedia cantata invece che recitata e qui si apre l'esperimento musicale jazz (con Gato Barbieri). Forse troppo lungo e straniante per essere preso in considerazione. E comunque Pasolini non decide, semplicemente appunta le sue idee in forma di immagine e giunge a Atene con il suo Oreste, di fronte al grande palazzo di Apollo che potrebbe essere, dice, l'Università a Kampala (Uganda). È il moderno che invade l'antico. O meglio: è l'Occidente che invade l'Africa portando una democrazia formale, con tutte le sue contraddizioni.
La conclusione, annuncia infine, è sospesa. Perché il nuovo mondo è ormai instaurato. Oreste è stato il tramite tra la barbara Argo ( tribale, in un certo senso, irrazionale e antica, così come lo sono le Erinni) e la razionale Atene, dal cui nuovo tribunale istituito da Atena, un tribunale di uomini per uomini, verrà assolto. Il punto di congiunzione tra l'antico e il nuovo. Che non è detto sia migliore.

La danza della tribù Wa-go-goo che chiude il film rappresenta questo passaggio: una danza piena di significati magici svuotata oggi nel significato dall'elemento sacro. La domanda ultima( e la più amata da Pasolini) è dunque questa: possono coesistere antico e moderno? E se sì in che modo? 


martedì 7 luglio 2015

I racconti della birra, AA.VV.



Chiamata anche la bevanda dei re, la birra è forse l' alcolico più antico e diffuso al mondo. Ed è proprio per celebrare questo nettare rinfrescante che la casa editrice Marchetti, insieme al Birrificio Artigianale Toscano, ha voluto creare questa piccola antologia che raccoglie ventisei racconti brevi di scrittori esordienti. Tutti, rigorosamente, a tema birra. Così tra le pagine scopriamo che ci sono ricordi d'infanzia che resteranno sempre nel cuore, che la storia della scoperta della gravità in realtà è un po' diversa da come la apprendiamo sui libri e che l'amicizia è fatta sopratutto di cose semplici, come dividere un bicchiere di scura. Stili e generi diversi si incontrano per creare un libro ricco di emozioni. Apre la raccolta  Athos Bigongiali, la cui sottile ironia non delude mai. 




giovedì 15 gennaio 2015

Uomini e no, Elio Vittorini

C'è un uomo che nel 1944 è ricercato dalla polizia tedesca ed è costretto a rifugiarsi in montagna. Qui scriverà nell'arco di pochi mesi uno dei romanzi simbolo della Resistenza. Quell'uomo è Elio Vittorini e il romanzo è Uomini e no.
Uomini e no si svolge nell'inverno del 1944 a Milano. Protagonista è Enne 2, il capitano di un gruppo di partigiani, innamorato follemente di Berta, donna sposata che ricambia il suo amore, ma si trova costretta a negarglielo. Da questo amore negato prende avvio la storia tragica che porta il lettore nella cucina di Selva, a bere vino con Enne 2 e Berta; nelle camere d'albergo delle S.S., dove Figlio-di-Dio, infiltrato partigiano, progetta la fuga per i pastori tedeschi dei nazisti; nel cortile di san Vittore insieme al povero Giulaj, sbranato da questi stessi cani per vendetta. Infine tra Largo Augusto e Piazza Cinque giornate, dove i cadaveri di uomini, donne e bambini uccisi durante una rappresaglia vengono esposti alla folla, che non può far altro che piangere in silenzio. Ma anche piangere è sbagliato, ci dice Vittorini, perché  se piangiamo accettiamo, se piangiamo li perdiamo. E non bisogna accettare, non bisogna perderli. Che facciamo se piangiamo?, chiede  Enne2 a Berta. Rendiamo inutile ogni cosa.  È importante non dimenticare che i morti insegnano:insegnano quello per cui sono morti.
Elio Vittorini conduce la storia con uno stile da neoavanguardia, utilizzando le domande retoriche e le anafore per rafforzare le immagini. Una scrittura non convenzionale per l'epoca, che scaturisce da un preciso progetto dell'autore, sempre alla ricerca di una sorta di conciliazione tra la realtà e la letteratura. Ma questo non gli impedisce di essere estremamente simbolico: ad esempio nel rapporto tra Figlio-di-Dio e Blut, uno dei cani delle S.S., costretto a sbranare Giulaj  il venditore di castagne. Risulta estremamente  toccante  la  vergogna che il cane prova per la sua azione e che lo costringe a rifugiarsi sotto il letto. Non potrà più essere un cane dell'uomo, amico dell'uomo.  È qui che Vittorini si interroga maggiormente, chiedendosi se è nell'uomo quello che gli uomini fanno quando offendono. Chiedendosi se lo stesso Hitler, nelle circostanze stesse, con un Figlio-di-Dio per lui, e lui che si rendesse conto di quello che fa, e guaisse, corresse sotto un letto a gemere.
Particolari e molto incisive queste incursioni dell'autore, scritte in corsivo,  che sembrano quasi segnare un linguaggio della dissociazione e che mettono in evidenza le riflessioni dell'autore attraverso  il mondo interiore di Enne2, combattuto tra il suo lato umano, rappresentato sopratutto dall'amore doloroso e impossibile per Berta, e il suo lato combattivo, violento, da partigiano d'azione. Da questa  lotta chi risulterà sconfitto sarà comunque lo stesso Enne 2, che si lascerà morire nella sua camera, in attesa dello scontro con Cane Nero, che simboleggia il Nemico.
Pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1945, Uomini e no è riconosciuto come uno dei primissimi romanzi a porsi domande sulla guerra, su  cosa sia giusto e cosa sbagliato. Su chi davvero siano gli uomini.

E su chi, invece, no. 



domenica 28 dicembre 2014

Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, Fernando Pessoa

            Il Libro dell'inquietudine di Bernardo Soares fu pubblicato per la prima volta in Portogallo nel 1982, dopo cinquant'anni dalla morte del suo autore, Fernando Pessoa.
È da considerarsi più che come un romanzo, come un libro-progetto, che occupò almeno vent'anni della vita dello scrittore portoghese. Si tratta infatti di 250 frammenti, circa, rinvenuti nella casa di Pessoa, nei quali il suo eteronimo ( o semi-eteronimo) Soares riflette,  e vaneggia a volte, sui più svariati temi. Dalla vita alla morte, dal sogno alla realtà.
La prima edizione di questo libro fu curata da Jacinto do Prado Coelho, ma sono molte le varianti: si tratta infatti di un assembramento dei vari frammenti, molti dei quali rinvenuti scritti a mano sul retro di buste commerciali o su fogli di taccuino, impossibili da ricostruire cronologicamente.
Un progetto che sembrerebbe quindi non terminato. Eppure è lo stesso Soares-Pessoa che ne ipotizza, in uno dei suoi ultimi frammenti, proprio la pubblicazione, così da rendere il libro dell'inquietudine un vero e proprio esperimento di sovversione del romanzo, come altri scrittori avevano tentato e tenteranno poi di fare, come lo stesso Pasolini in Petrolio.
Ma Pessoa non colpisce solo la struttura. Anche lo stile e le stesse parole vengono aggredite dalla sua smania di "parolare". Si incontra così neologismi come sdormo ( o intra-sono) e di queste cose riesce a farne una vera e propria dichiarazione di intenti . Le parole sono per me corpi toccabili, sirene visibili, sensualità incorporate.
Una grande parte la occupa il sogno, in tutte le sue declinazioni. La sua, dichiara Soares, è una vita passata a sognare. E alla fine quest'uomo di concetto, questo semplice contabile che passa gran parte della sua vita in Rua dos Douradoeres (non ne uscirò mai, ammette) è un uomo che guarda la realtà dalla finestra, la conosce solo attraverso il sogno e la filtra grazie all'immaginazione. Così un tramonto reale è uguale a un tramonto dentro di sé. Perché la realtà vera di un oggetto è soltanto una parte di esso.   E scrivere alla fine è vedere i propri sogni nitidamente o saper vedere in sogno la vita, fotografandola con la macchina della fantasticheria.  Ed è quindi meglio scrivere che osar vivere. Molto meglio sedersi sulla soglia e immergersi nel paesaggio, riuscendo acomporre brani sublimi come questo:
Allorché le ultime calure estive andavano perdendo la ferocia sotto il sole velato, l'autunno cominciava prima della sua entrata, con una lieve tristezza prolissamente indefinita, come se il cielo non avesse voglia di sorridere.  
Ma la vita passata alla finestra produce grandi stasi, un tedio dell'anima e la felicità risulta impossibile perché non c'è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere  che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla.
Sembra così descritta una strada senza via d'uscita. L'inquietudine ( il desassossego) di Pessoa come momento del quotidiano che ognuno, prima o poi, assaggia in misura minore o meno. Ma lo scrittore non manca di ricordarci che dato che la vita è essenzialmente uno stato mentale, e che le nostre azioni o i nostri sogni sono validi per noi nella misura in cui li consideriamo validi, la valorizzazione dipende da noi. Il sognatore è un emissore di banconote, e le banconote che egli emette valgono nella città dl suo spirito alla stessa stregua delle banconote della realtà.

Un libro unico, che insegna a riflettere sul valore della vita. Uno stile inimitabile, che non delude mai. Un autore geniale, che è impossibile dimenticare.





sabato 11 ottobre 2014

Una questione privata, Beppe Fenoglio

Amore e guerra: due parole che sembrano escludersi. Eppure, mai come in questo libro riescono a convivere tanto armoniosamente.
Beppe Fenoglio, uno dei più famosi scrittori partigiani, dopo aver completato il successo con Il partigiano Johnny, si lancia in questa impresa che mira alla coerenza del racconto piuttosto che alla memorialistica.
La trama può apparire molto semplice.
Milton è un partigiano nelle langhe, sezione badogliana. Il romanzo inizia con la sua bocca aperta e le braccia abbandonate lungo i fianchi, mentre osserva la villa dove fino a poco tempo prima la donna che ama, Fulvia, lo ascoltava parlare d'amore attraverso le traduzioni dei testi di canzoni inglesi. Il dio dell'inglese, lo chiamava. Ma Fulvia è tornata a Torino, di lei il giovane Milton non sa più nulla. È la governante, incontrata nella villa, a informarlo e trafiggerlo da parte a parte con il racconto dell'amore clandestino di Fulvia e Giorgio, suo compagno partigiano e amico d'infanzia. Da questo momento in poi l'unico pensiero del giovane sarà quello di conoscere da Giorgio la verità, parola ricorrente nel libro, ma verrà a sapere che  il compagno è stato catturato dai fascisti.
È un romanzo di ricerca, in un certo senso. La verità, come fine personale, d'amore, si intreccia però magistralmente con  il fine partigiano, quello di guerra. Milton lotta, infatti, e rischia la sua vita per salvare un compagno dalla fucilazione certa, tentando uno scambio, e contemporaneamente l'unico motivo per cui lo vuole tenere in vita è sapere del tradimento con Fulvia. Questi due confini si confondono in una danza che è fatta di nebbia, fango e fatica.
Splendide sono proprio le descrizioni del paesaggio delle langhe, uno scenario che appare immobile, nebbioso, opprimente, in perfetta sintonia con l'animo di Milton.
C'è molto odio sparso tra le pagine: odio per la guerra, per la fame, per la morte. Colpisce dritto al cuore il penultimo capitolo, quasi un racconto a sé, dove Fenoglio abbandona Milton e ci trasferisce a osservare l'esecuzione di due giovanissimi ragazzi, Riccio e Bellini, catturati e fucilati dai fascisti. Un episodio introdotto forse un po' a forza, ma che ha la funzione di ricordarci che oltre al Fenoglio scrittore, c'è stato -e c'è - un Fenoglio partigiano, che non potrà mai accettare la tragedia dell'estrema brutalità che ha percorso la Resistenza.

Una questione privata è semplicemente un piccolo capolavoro, dove nulla sembra lasciato al caso e dove è forte il tema delle conseguenze delle proprie azioni, nel bene e nel male. Dove la Resistenza offre un terreno per far sì che l'uomo sia rappresentato attraverso di essa in tutta la sua interezza.

lunedì 1 settembre 2014

La maestra dei colori, Aimee Bender

I fan di Aimee Bender non saranno delusi dal nuovo libro dell'eccentrica scrittrice americana. La maestra dei colori è una raccolta di quindici racconti, divisi in tre parti.
Prendendo le movenze della fiabe dei Fratelli Grimm, a cui l'autrice si è sempre ispirata, la narrazione cuce tutti i pezzi di un mondo popolato da donne che devono sposano orchi, uomini che si fingono nazisti per essere condannati dal tribunale di Norimberga, ragazzi che soffrono di analfabetismo facciale. Pregevole il racconto da cui prende nome la raccolta, una specie di fiaba prima della fiaba, in cui la futura protagonista di Pelle d'asino riceve tre vestiti dalla giovane apprendista della Maestra dei colori. Non trapela  alcun romanticismo in queste pagine, piuttosto la fragilità dell'essere umano, nascosta dietro a una apparente sicurezza.  
Lo stile della Bender alleggerisce le cose pesanti e tristi,  mette in mano al lettore le chiavi della sua mente e gli permette di aprirla.  
Il fantastico trabocca da ogni parola. Eppure c'è sempre qualcosa di terribilmente realistico nelle sue storie, di coinvolgente.
Sono le emozioni dei personaggi a prendere corpo,diventando tangibili  più dei personaggi stessi.  Ed è proprio l'elemento che rende queste pagine speciali.  

Terminato il libro, come suggeriva Carver, ci si dovrebbe fermare un momento,  per riprendersi. Allora si avvertirà, come fosse una magia, che qualcosa è scivolato via dal libro, si è cercato un cantuccio nel cuore, ci si è accovacciato e lì resterà per sempre. Per ricordarci di che colore sono i nostri sentimenti.







lunedì 26 maggio 2014

Viole nere, Tess Gallagher

Viole nere è una raccolta di sette racconti e quarantanove poesie.
È un libro che nasce con un handicap, quello del nome, legato a Raymond Carver, che in tanti hanno battezzato come maestro della nuova narrativa americana.
È quindi molto difficile, direi impossibile, non fare confronti. Tess, moglie di Carver fino alla sua morte avvenuta nel 1988, è principalmente una poetessa. La sua produzione poetica è ricca, a tratti estremamente profonda e immaginifica. Sentire: è questo il verbo che più di ogni altra cosa prevale leggendole.
Ma la vera prova che Tess non supera in questo libro sono i racconti. I protagonisti sono gli stessi di Carver: uomini e donne ripresi nel loro quotidiano, legati a vite qualsiasi i cui frammenti vengono ritratti nel momento in cui si affacciano su un baratro. L’abilità di Carver è sempre stata quella di non mostrare quasi mai la loro caduta, ma di farcela intuire, spesso. Tutto il non detto riempie le pagine e trabocca dal foglio. È soprattutto questo che anche Tess cerca di fare: non dire. E, purtroppo, ci riesce fin troppo bene, ancorando i suoi racconti, non riuscendo a trasmetterli nel cuore del lettore  fino in fondo. Resta ben poco dopo la lettura: un vago senso di confusione dovuto al tentativo di scavare una terra troppo dura.
Il suo stile è pietosamente impreciso. Le parole – l’unica cosa che abbiamo, diceva Carver- non sono selezionate. I suoi racconti avrebbero avuto bisogno di un rastrellamento degli inutili. Tutto quello che c’è di vero e onesto, a tratti, nelle sue poesie non riesce a riportarlo in prosa, sovraccaricandola di un tono che si sente chiaramente non appartenerle.
L’ultimo racconto è quello che fa crollare definitivamente la raccolta. È una correzione di un resoconto, come la narratore afferma alla prima riga. Il resoconto è quello del signor Gallivan, continua, mediocre scrittore in cerca di fama. Il resoconto è Cattedrale, uno dei racconti più famosi di Carver.
È una prova in cui solo un suicida si sarebbe cimentato: perché è proprio qui che si misura la incolmabile distanza. Mentre Carver riesce in modo brillante a dare una profondità che commuove  all'apparente superficie della narrazione di una visita di un cieco a casa sua, Tess si impegna –con  molta fatica e pochissima resa-  nella correzione degli errori  del primo narratore, obbligandoci quindi al confronto. C’è qualcosa di eccessivamente frettoloso nelle sue frasi e alla fine viene divelto il tema centrale, quello morale. Il suo racconto resta privo di qualsiasi finale, dove non succede nulla e nessuno impara nulla.
Resta vaga l’impressione che, se Tess si fosse impegnata meno a imitare lo stile del marito, forse l’avremmo letta più volentieri.

E chiusa l’ultima pagina verrebbe voglia di dirle, come lo stesso Carver forse avrebbe fatto: niente trucchi da quattro soldi…