Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare. (A. Cechov)

giovedì 15 gennaio 2015

Uomini e no, Elio Vittorini

C'è un uomo che nel 1944 è ricercato dalla polizia tedesca ed è costretto a rifugiarsi in montagna. Qui scriverà nell'arco di pochi mesi uno dei romanzi simbolo della Resistenza. Quell'uomo è Elio Vittorini e il romanzo è Uomini e no.
Uomini e no si svolge nell'inverno del 1944 a Milano. Protagonista è Enne 2, il capitano di un gruppo di partigiani, innamorato follemente di Berta, donna sposata che ricambia il suo amore, ma si trova costretta a negarglielo. Da questo amore negato prende avvio la storia tragica che porta il lettore nella cucina di Selva, a bere vino con Enne 2 e Berta; nelle camere d'albergo delle S.S., dove Figlio-di-Dio, infiltrato partigiano, progetta la fuga per i pastori tedeschi dei nazisti; nel cortile di san Vittore insieme al povero Giulaj, sbranato da questi stessi cani per vendetta. Infine tra Largo Augusto e Piazza Cinque giornate, dove i cadaveri di uomini, donne e bambini uccisi durante una rappresaglia vengono esposti alla folla, che non può far altro che piangere in silenzio. Ma anche piangere è sbagliato, ci dice Vittorini, perché  se piangiamo accettiamo, se piangiamo li perdiamo. E non bisogna accettare, non bisogna perderli. Che facciamo se piangiamo?, chiede  Enne2 a Berta. Rendiamo inutile ogni cosa.  È importante non dimenticare che i morti insegnano:insegnano quello per cui sono morti.
Elio Vittorini conduce la storia con uno stile da neoavanguardia, utilizzando le domande retoriche e le anafore per rafforzare le immagini. Una scrittura non convenzionale per l'epoca, che scaturisce da un preciso progetto dell'autore, sempre alla ricerca di una sorta di conciliazione tra la realtà e la letteratura. Ma questo non gli impedisce di essere estremamente simbolico: ad esempio nel rapporto tra Figlio-di-Dio e Blut, uno dei cani delle S.S., costretto a sbranare Giulaj  il venditore di castagne. Risulta estremamente  toccante  la  vergogna che il cane prova per la sua azione e che lo costringe a rifugiarsi sotto il letto. Non potrà più essere un cane dell'uomo, amico dell'uomo.  È qui che Vittorini si interroga maggiormente, chiedendosi se è nell'uomo quello che gli uomini fanno quando offendono. Chiedendosi se lo stesso Hitler, nelle circostanze stesse, con un Figlio-di-Dio per lui, e lui che si rendesse conto di quello che fa, e guaisse, corresse sotto un letto a gemere.
Particolari e molto incisive queste incursioni dell'autore, scritte in corsivo,  che sembrano quasi segnare un linguaggio della dissociazione e che mettono in evidenza le riflessioni dell'autore attraverso  il mondo interiore di Enne2, combattuto tra il suo lato umano, rappresentato sopratutto dall'amore doloroso e impossibile per Berta, e il suo lato combattivo, violento, da partigiano d'azione. Da questa  lotta chi risulterà sconfitto sarà comunque lo stesso Enne 2, che si lascerà morire nella sua camera, in attesa dello scontro con Cane Nero, che simboleggia il Nemico.
Pubblicato subito dopo la fine della guerra, nel 1945, Uomini e no è riconosciuto come uno dei primissimi romanzi a porsi domande sulla guerra, su  cosa sia giusto e cosa sbagliato. Su chi davvero siano gli uomini.

E su chi, invece, no. 



domenica 11 gennaio 2015

# 8

La passione di scrivere la vivo tra quattro mura e si esaurisce tutta nel piacere di raccontare senz'altro scopo che dar soddisfazione alla mia curiosità per le azioni degli uomini [...] 
Non mi chiedo né perché né cosa scrivo. Tante volte spero che "scrivere" sia la risposta a tutte le domande. Qual è la mia poetica? Scrivere.
( Vincenzo Cerami)




Foto: Francesco Romoli

domenica 28 dicembre 2014

Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, Fernando Pessoa

            Il Libro dell'inquietudine di Bernardo Soares fu pubblicato per la prima volta in Portogallo nel 1982, dopo cinquant'anni dalla morte del suo autore, Fernando Pessoa.
È da considerarsi più che come un romanzo, come un libro-progetto, che occupò almeno vent'anni della vita dello scrittore portoghese. Si tratta infatti di 250 frammenti, circa, rinvenuti nella casa di Pessoa, nei quali il suo eteronimo ( o semi-eteronimo) Soares riflette,  e vaneggia a volte, sui più svariati temi. Dalla vita alla morte, dal sogno alla realtà.
La prima edizione di questo libro fu curata da Jacinto do Prado Coelho, ma sono molte le varianti: si tratta infatti di un assembramento dei vari frammenti, molti dei quali rinvenuti scritti a mano sul retro di buste commerciali o su fogli di taccuino, impossibili da ricostruire cronologicamente.
Un progetto che sembrerebbe quindi non terminato. Eppure è lo stesso Soares-Pessoa che ne ipotizza, in uno dei suoi ultimi frammenti, proprio la pubblicazione, così da rendere il libro dell'inquietudine un vero e proprio esperimento di sovversione del romanzo, come altri scrittori avevano tentato e tenteranno poi di fare, come lo stesso Pasolini in Petrolio.
Ma Pessoa non colpisce solo la struttura. Anche lo stile e le stesse parole vengono aggredite dalla sua smania di "parolare". Si incontra così neologismi come sdormo ( o intra-sono) e di queste cose riesce a farne una vera e propria dichiarazione di intenti . Le parole sono per me corpi toccabili, sirene visibili, sensualità incorporate.
Una grande parte la occupa il sogno, in tutte le sue declinazioni. La sua, dichiara Soares, è una vita passata a sognare. E alla fine quest'uomo di concetto, questo semplice contabile che passa gran parte della sua vita in Rua dos Douradoeres (non ne uscirò mai, ammette) è un uomo che guarda la realtà dalla finestra, la conosce solo attraverso il sogno e la filtra grazie all'immaginazione. Così un tramonto reale è uguale a un tramonto dentro di sé. Perché la realtà vera di un oggetto è soltanto una parte di esso.   E scrivere alla fine è vedere i propri sogni nitidamente o saper vedere in sogno la vita, fotografandola con la macchina della fantasticheria.  Ed è quindi meglio scrivere che osar vivere. Molto meglio sedersi sulla soglia e immergersi nel paesaggio, riuscendo acomporre brani sublimi come questo:
Allorché le ultime calure estive andavano perdendo la ferocia sotto il sole velato, l'autunno cominciava prima della sua entrata, con una lieve tristezza prolissamente indefinita, come se il cielo non avesse voglia di sorridere.  
Ma la vita passata alla finestra produce grandi stasi, un tedio dell'anima e la felicità risulta impossibile perché non c'è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere  che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla.
Sembra così descritta una strada senza via d'uscita. L'inquietudine ( il desassossego) di Pessoa come momento del quotidiano che ognuno, prima o poi, assaggia in misura minore o meno. Ma lo scrittore non manca di ricordarci che dato che la vita è essenzialmente uno stato mentale, e che le nostre azioni o i nostri sogni sono validi per noi nella misura in cui li consideriamo validi, la valorizzazione dipende da noi. Il sognatore è un emissore di banconote, e le banconote che egli emette valgono nella città dl suo spirito alla stessa stregua delle banconote della realtà.

Un libro unico, che insegna a riflettere sul valore della vita. Uno stile inimitabile, che non delude mai. Un autore geniale, che è impossibile dimenticare.





domenica 14 dicembre 2014

#7

Vedere le cose come sono veramente...per me questo è sempre e ovunque, nella scrittura, nella vita, una questione morale 
(Zadie Smith)

Foto: Alessia Zanzi

domenica 7 dicembre 2014

Aspetta primavera, Bandini, John Fante

Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.
Foto: Francesco Romoli

domenica 23 novembre 2014

Il sale della vita: 1




Alzarsi la mattina e spalancare le finestre al sole, sorridere al vento che si intrufola nei capelli, rivolgere il viso al cielo per bagnarlo con una pioggia tiepida. Scoprire che la Vita ti respira intorno,qualunque sia il colore della tua giornata...



Foto: Alessia Zanzi

sabato 22 novembre 2014

Il sale della vita : Intro

Intro:


Ho letto il libro dell'antropologa Héritier, Il sale della vita, già da un po'. "Ci sono momenti di leggerezza e di grazia nella nostra esistenza, al di là delle occupazioni, al di là dei sentimenti forti, al di là degli impegni. Piccole cose che tutti possiamo gustare: è il sale della vita", scrive l'autrice. Una sorta di montaggio interiore, di associazioni di idee in cui si alternano immagini e emozioni,ricordi , tutto ciò che nutre la nostra anima.
Circa un anno fa ne trassi un mio personale elenco. Ora mi impegno a riscriverlo, invitando chiunque legga a fare altrettanto. Personalmente lo scopo è anche quello di esperimento letterario, seppur di poco conto. Per tutti è comunque un esercizio che fa bene al cuore.