L'ultima volta che sono andata a sentire la presentazione di un
libro a cui tenevo moltissimo (era Foer, a Sarzana, Festival della mente, presentava
Eccomi), la batteria dell'auto mi ha lasciato a piedi e ho rischiato di mandare
tutto all'aria. L'ho visto come un segno di qualcosa, anche se non sono
riuscita a dargli un significato. Ecco perché quando parto, oggi, per il Pisa
book festival, dove Paolo Cognetti presenta Le otto montagne, mi stupisco che
non ci siano intoppi: riesco a uscire mezz'ora prima dal lavoro, come previsto,
nessuna fila chilometrica in Fi-Pi-Li, già un miracolo di per sé. È vero,
piove, ma insomma, non è un temporale.
Quindi, se questo fosse un racconto, arriverei al Palazzo dei
congressi in perfetto orario, farei pochissima fila per il biglietto,
sistemerei l'ombrello nel portaombrelli con la certezza che sarà lì al mio
ritorno, entrerei e mi fermerei al primo punto ristoro per un caffè, che anche
se è l'ottavo della giornata non importa. Dopotutto è un racconto, no?
Del tutto casualmente mi ritroverei accanto a un ragazzo con la
camicia verde a quadri e lo zainetto rosso. Voltandomi, deliziata ma non
davvero stupita, direi, con una voce assolutamente tranquilla e calma: Paolo, posso
offrirti un caffè in cambio di un autografo? Da lì partirei a vomitargli
addosso tutto quello che avrei sempre avuto voglia di dirgli: che di Sofia mi
sono innamorata fin dalla prima pagina, che lui, e lui solo, ha cambiato il mio
modo di vedere la narrativa italiana, che con i suoi racconti ha allargato i
miei confini di scrittura, che Le otto montagne è un romanzo talmente bello e
rilassante che andrebbe consigliato come terapia antistress.
Ma questo non è un racconto. E alla realtà non si sfugge.
Quindi arrivo al Palazzo dei congressi perfettamente in orario.
Compro il biglietto dopo aver fatto poca fila, entro e poso il mio ombrello
all'ingresso, sicura che non lo ritroverò quando andrò via. Controllo la sala
dove si terrà la presentazione e mi avvio. Niente caffè. Sarebbe l’ottavo della
giornata, meglio non sfidare la sorte.
C'è un sacco di gente nella sala Pacinotti e fa un caldo
allucinante. Ma grazie ad amiche molto più organizzate di me trovo un ottimo
posto e quando lui arriva, camicia verde a quadri e zainetto rosso, ho una
visuale quasi perfetta.
È abbronzato, mi fa la mia amica.
Vero. È abbronzato e ha una barba che assomiglia al mio cervello
dopo dieci ore di lavoro. Ma appare rilassato, perfettamente a suo agio accanto
a Lucia della Porta, che è lì per intervistarlo.
Attacca chiedendo il significato delle Otto montagne. Otto. Un
numero che per noi occidentali, legati al cristianesimo, ha poco significato,
ma che per il buddismo invece è legato al concetto di karma: le cattive azioni
in questa vita devono essere compensate nella vita successiva. Per arrivare al
Nirvana il buddista deve porre fine al ciclo delle reincarnazioni seguendo le
otto vie del Dharma. Paolo vuole mettere l'accento sulla spiritualità della
montagna.
Ma per lui ha un significato anche pedagogico. Ed è esattamente
quello che traspare dalle pagine del suo libro. La prima parte è dedicata alla
montagna che passa attraverso la figura di suo padre, ed è una montagna che
insegna disciplina e tenacia. Mentre la seconda parte è dedicata alla montagna
spirituale, un luogo di meditazione. Chi arriva ai ghiacciai si trova immerso
nella Natura, nella Wilderness. Senza mediazioni. E scopre se stesso.
Cardine del intervista mi è sembrato la nota più o meno
autobiografica, sulla quale Della porta ha insistito molto. Ma chiunque sa che
scrivere prescindendo da se stessi è impossibile. Ed ecco che il padre di
Pietro, il protagonista, è molto simile al padre di Paolo. Ma è anche il
riassunto di tanti altri padri letti nei libri, dal suo primo amore, Carver, a
Hemingway. Stessa sorte per la figura femminile più forte di tutto il romanzo,
la madre, una donna di altri tempi, egregiamente dipinta, cosa che a Cognetti
riesce dopotutto benissimo: le donne nei suoi racconti sono sempre molto
presenti in tutta la loro femminilità.
Della Porta ha infine rivolto una domanda interessante.
Sull’amicizia. L'amicizia è un sentimento che si palesa
prepotente nel libro, che scavalca confini e si trasforma. Il personaggio di
Bruno, amico d'infanzia legato al piccolo paese di montagna di Grana, si
contrappone a Pietro, quasi rendendoli la diversa faccia della stessa medaglia,
con un legame che durerà tutta la vita. Paolo lo descrive come un sentimento
sovversivo di questi tempi. Con ben poca ironia, condanna la famiglia attuale,
all'interno della quale un adolescente si sente fin troppo protetto. E quindi i
rapporti sociali al di fuori di essa tendono a necrotizzarsi, spazzando via un
mondo che era, invece, fatto di rapporti scelti in prima persona.
L'intervista chiude il cerchio e torna al mandala delle otto
montagne, ben spiegato nel libro: all'interno del mandala c'è un monte
altissimo, il Sumeru, mentre sulla circonferenza ci sono otto montagne,
separate da otto mari. La domanda rimane aperta: chi avrà imparato di più? Chi
è arrivato in cima al monte Sumeru o chi ha fatto il giro delle otto montagne?
Chi si sposta nello spazio, un po' come Boccadoro, ci ricorda Cognetti, o chi
si sposta nel tempo, come Narciso?
A questo punto mi torna alla mente un passo proprio di
Hesse: Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra.
La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un
l'altro e d'imparare a vedere e a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il
nostro opposto e il nostro complemento.
E quindi la montagna unisce questi due opposti, Pietro e Bruno.
Così come unisce Paolo e il resto del mondo. E lo fa grazie a un libro.
L'intervista volge al termine, forse troppo presto. E nella sala
Pacinotti cade leggera una foglia. Reale. Chissà da dove è arrivata. Qualcuno
la vede, tra i presenti, qualche commento, sembra magia. La natura che saluta
le Otto montagne. Me ne vado dal Book festival con questo pizzico di magia nel
cuore.
E forse è questa magia che fa sì che il mio ombrello sia ancora
all'ingresso, non toccato. Ha smesso anche di piovere. Mentre esco vedo in
lontana uno zainetto rosso. Forse correndo un po'..., penso. Ma di magia per
oggi ne ho avuta già abbastanza.
Mi volto dalla parte opposta e cammino verso la macchina.
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